Ricette

mercoledì 4 ottobre 2017

I funghi: se devono essere un piacere... come sceglierli.






 




Facile regalare argenti e ori, una toga, un mantello: regalare funghi, questo è difficile.
Marco Valerio Marziale, Epigrammi XIII- 48 (ca. 80/90 d.C.)






…”Camminava come un cercatore di tesori, cercando funghi, e credendo di avvertire in se stesso il potere magico di scoprirli. Vedeva un bagliore. Sotto l’intrico grigio opaco del legno decomposto, risplendeva una luce da stanza del tesoro. Erano mucchi di gallinacci, che balenavano e aggredivano gli occhi, accecavano letteralmente il suo sguardo proteso nell’oscurità. Scoprì un intero paese di funghi gialli, che si estendeva per ore e ore, inesauribile come un continente. Giallo, giallo e altro giallo ancora, che continuava a perdita di sguardi davanti al sognatore. Quel giallo incessante non si estendeva davanti» ai suoi occhi — saltava dentro di essi, vi si tuffava, vagava come un fuoco fatuo, sia sotto le mani costrette a raccogliere senza sosta sia dentro di lui, finché in quel guizzo balenava un fiammeggiare di puro giallo.”…

Pietro Citati, nella recensione sul romanzo di Peter Handke “Saggio sul cercatore di funghi”, Corriere della Sera, 25 settembre 2015


 Finferli, detti anche gallinacci


Forse, ancor prima che cibo da gourmet, sono stati ben altro, questi vegetali anomali chiamati funghi, dal termine latino, e miceti, dal greco. “Vegetali”? Qualcosa di più. O, forse, con una marcia in più. Inizialmente – ovvero indietro nei secoli - erano accorpati alle piante con una prima classificazione di Linneo nel 1753; poi, nel 1817, il botanico, entomologo e fisico tedesco Christian Gottfried Daniel Nees von Esenbeck, elevò i funghi al rango di “Regno”.  Centocinquant’anni dopo, nel 1968, Robert Harding Whittaker, biologo statunitense, elaborò nuovi e tuttora attuali criteri di classificazione. E, con il progredire degli studi molecolari, altri passi in avanti sono stati fatti.
Il Regno comprende più di 100mila specie conosciute mentre la diversità fungina è stata recentemente stimata in 3 milioni di specie.
Il fungo è dunque un organismo complesso.  Tanto per dare un’idea. La riproduzione può avvenire in maniera sessuata o asessuata; il nutrimento è ricavato dall’ambiente esterno, assorbito attraverso le pareti, in tre modalità differenti che ne determinano la classe d’appartenenza. E’ un anello importante dell’ecosistema poiché è in grado di decomporre il materiale organico presente nel terreno, rendendolo disponibile alle piante verdi.
Come in tutti i Regni, anche in quello dei funghi esiste il mistero, l’illusione, il male, il bene. Il bene è, ovviamente, associato alla commestibilità e alla prelibatezza. Il male alla tossicità. L’illusione alla capacità allucinogena. Il mistero al cerchio delle streghe.



Il cerchio delle streghe




 Si tratta di un fenomeno reale, registrato un po’ ovunque nel mondo fin dall’antichità. Ci sono leggende medievali che raccontano di come i cerchi segnassero i luoghi dove le streghe avevano danzato durante la notte. Streghe ma anche fate o elfi, a seconda del Paese: tutti, questi esseri misteriosi e speciali, capaci di far prigioniero chi avesse osato entrare nel cerchio, violandolo. Di questa leggenda si trovano testimonianze autorevoli in letteratura – segnatamente con Shakespeare - nel “Sogno di una notte di mezza estate” e “La tempesta”.






Le leggende resistono ma … esiste una spiegazione scientifica che riguarda la caduta  di una spora nella terra, la formazione del micelio, l‘irradiazione attraverso  le ife… Storia complessa ma affascinante.
Uno dei cerchi più grandi di cui si abbia notizia in Europa è a Belfort, territorio e città tra Lione e Strasburgo: 600 metri di  diametro, più di 700 anni d’età.


L’illusione



Amanita Muscaria (Ovolo malefico)

L’uso (il consumo) dei funghi allucinogeni risale al periodo paleolitico, come testimoniato da manufatti e pitture murali.  Il più noto tra i funghi di questa “categoria” è l’Amanita Muscaria, facilmente riconoscibile per il cappello rosso cosparso di puntolini bianchi. 
Per gli Atzechi e i Maya i funghi allucinogeni erano “carne divina”, mentre in alcune popolazioni dell’Asia settentrionale – come le siberiane - l’Amanita Muscaria era usata collettivamente durante cerimonie e feste oppure impiegata dagli sciamani per favorire la trance durante le pratiche curative o per contattare gli spiriti dei morti, in quelle divinatorie e nell’interpretazione dei sogni.  È assai probabile che originalmente l’uso fosse esclusivamente sciamanico, e che solo in seguito all’affievolimento del potere degli sciamani, l’impiego del fungo si sia diffuso anche all’interno  della società tribale.
Attualmente sono state individuate 200 specie di funghi psicoattivi da considerare allucinogeni, in quanto  contengano psilocina e/o psilocibina. Molte legislazioni europee - e fra queste quella italiana -  ne vietano il consumo, sanzionandolo.



Tra i funghi allucinogeni ce n'è uno, in particolare,  che gode di ampia notorietà: il maitake (“fungo danzante”) o ohwaraitake  (fungo che fa ridere)-  come viene chiamato in Giappone il  Gymnopilus spectabilis – che sembra aver avuto in epoche remote una certa importanza legata al suo culto, come dimostra questo racconto, che fa parte del Konjaku monogatari (“Novelle del passato”), una raccolta di racconti e di aneddoti provenienti dall’India, dalla Cina e dal Giappone, compilata verso la fine dell’XI secolo della nostra era. Questo racconto è originario della cultura popolare giapponese.




“Molto, molto tempo fa, alcuni taglialegna partirono da Kyoto in direzione delle montagne di Kitayama, e si smarrirono. Non sapendo dove andare, quattro o cinque di loro si stavano lamentando della loro condizione, quando udirono [le voci di] un gruppo di persone provenire dai recessi delle montagne.
I taglialegna si domandarono con sospetto che sorta di gente avrebbe potuto essere, quando quattro o cinque monache buddiste fuoriuscirono danzando e cantando. Vedendole, i taglialegna si spaventarono, pensando che monache che danzano e che cantano non potevano di certo essere esseri umani, ma dovevano essere spiriti o demoni. E quando le monache li scorsero e si diressero verso di loro, i taglialegna si impaurirono molto e si chiesero: “Com’è possibile che delle monache fuoriescano così dai recessi dei monti, danzando e cantando?”
Le monache allora dissero: “La nostra apparizione, mentre danziamo e cantiamo, vi ha indubbiamente impauriti. Ma noi siamo solo delle monache e viviamo qui vicino. Siamo venute per raccogliere fiori da offrire a Buddha, ma dopo essere tutte insieme salite sulle colline, abbiamo smarrito la strada, e non abbiamo [più] potuto ricordare come uscire [tornare]. Quindi ci siamo imbattuti in alcuni funghi, e sebbene ci siamo domandate se non ci fossimo avvelenati mangiandoli, eravamo affamate, e abbiamo deciso che era meglio raccoglierli piuttosto che morire di fame. Ma dopo averli raccolti e arrostiti, trovammo che erano piuttosto deliziosi, e pensando “Come sono buoni!”, li mangiammo. Ma appena terminammo di mangiarli, notammo che eravamo costretti a una danza incontrollabile. Proprio mentre pensavamo: “Che strano! Abbastanza strano noi…”.
I taglialegna non finirono di sorprendersi per una storia così inusuale. Ora, i taglialegna erano molto affamati e pensarono: “Piuttosto che morire, chiediamone un po’ per noi”. E così mangiarono alcuni dei numerosi funghi che le monache avevano raccolto, cosicché anch’essi furono costretti a danzare.
In quella condizione, le monache e i taglialegna risero e danzarono girando intorno tutti insieme. Dopo un poco di tempo, l’ebbrezza sembrò dissiparsi, e in un qualche modo tutti ritrovarono le loro separate vie per tornare a casa. Da allora questi funghi sono stati chiamati maitake: fungo che fa danzare.


Il male


In tema di funghi selvatici, è facile capire chi è esperto e chi non lo è:
 l’esperto è quello che è ancora vivo
Donald Henahan, giornalista e scrittore statunitense


Velenosi!


Sovente – troppo – nella stagione dei funghi, raccoglitori improvvisati finiscono all’ospedale. Se va bene, con lavanda gastrica e flebo riescono a rimettersi in piedi, se va male…  Si parla di diecimila casi di intossicazione/avvelenamento all’anno. Che potrebbero essere evitati sottoponendo il proprio raccolto al controllo micologico delle Asl, che, tra l’altro, è assolutamente gratuito. Ma non tutti lo fanno. Per questo, nel caso di acquisto di funghi, è indispensabile non fidarsi di “cesti” anonimi e verificare sempre che il “passaggio” alla Asl sia stato effettuato, come deve risultare dal tagliando rilasciato dal micologo. 
Non solo. Sarà anche opportuno evitare di credere alle leggende popolari, resistenti all'usura del tempo, che propongono mezzi assai rudimentali per individuare i funghi maligni: prezzemolo che, in cottura,  diventa giallo; aglio, cipolla, cucchiaino d’argento  che si anneriscono;  aceto capace di “cancellare” il veleno; smangiucchiamento da parte di animali che ne garantirebbe la commestibilità…. Il coro dei NO a queste fantasie è veramente universale.
Ecco un breve (e dunque carente) elenco dei funghi più pericolosi e causa di finale drammatico: Amanita Phalloides, Amanita Virosa, Amanita Verna, Cortinarius Orellanus. 



 Amanita Phalloides

Tuttavia, sebbene questi funghi siano noti alla maggior parte dei cercatori, ce ne sono altri da non ignorare e, tanto meno, sottovalutare. Nella famiglia dei porcini spiccano il Boletus Satanas, il Boletus Calopus, il Boletus Luridus che, comunque, sono facilmente riconoscibili: il primo ha il gambo di colore rosso acceso, il secondo i pori gialli, il terzo è violaceo.


Boletus satanas



Più subdola e ingannevole l’apparenza dello Hypholoma Fasciculare: il falso Chiodino. Molto simile al vero e però la natura ne aiuta il riconoscimento avendo assegnato a questo “traditore” della specie un odore decisamente sgradevole.  Altro inganno si può avere con Omphalotus Olearius,  fratello cattivo del Galletto, cui assomiglia soprattutto per il colore ma con dimensioni maggiori.



 Hypholoma Fasciculare o Falso Chiodino

Nota importante: le citazioni relative ai  funghi velenosi sono ben lontane dall’essere esaustive. Esistono in libreria e online elenchi completi, corredati anche dalle relative fotografie. Consultare prima di affrontare i boschi!

Il Buono


… “Se tu dovessi recitare per me la poesia più bella, non mi daresti neppure lontanamente il piacere che ho provato quando ho ricevuto i funghi e i ciccioli d’oca che hai preparato per me; ... sono sicuro che non disprezzerai il lato primitivo della mia natura che ciò rivela.”
Albert Einstein, lettera a Elsa Löwenthal, 1913





Sarebbe un vero peccato privarsi del piacere di gustare un piatto di funghi. Cucinati il più semplicemente possibile, accostati solo a ingredienti che ne esaltino profumo e sapore.
Il re della tavola resta il porcino, affiancato dall’Ovolo (quello buono, l’Amanita Cesarea, non quello malvagio…). E però è vietato trascurare il Galletto (chiamato anche Gallinaccio e Finferlo), l’Orecchietta (Orecchione, Gelone), il Prataiolo francese, altrimenti detto Champignon, varietà, queste due ultime, che sono anche coltivate. E, a seconda delle regioni, molti altri ancora. Squisiti. Imperdibili.




Qualche consiglio per la preparazione e la cottura.
1)   I funghi non dovrebbero essere lavati ma spazzolati e passati con un panno umido, per togliere terra e residui. E’ evidente che, se ciò non fosse possibile, sarà consentita una rapidissima passata sotto acqua corrente con asciugatura immediata. Da tener presente che in commercio si trovano varî tipi di spazzolini, specificamente studiati per la pulitura dei funghi e dei tartufi.
2)   È consigliabile usare poco condimento perché i funghi non assorbono il grasso.
3)   La cottura è rapida. Se, ad esempio, si tratta di porcini, meglio restare intorno ai dieci minuti: niente di peggio che funghi in disfacimento. O gommosi, come potrebbero diventarlo i chiodini, che pure richiedono qualche minuto in più.
4)   Pellegrino Artusi suggerisce fritto e umido per i porcini, gratella per gli ovoli aperti e “trippata” per quelli chiusi. Con questo termine il Maestro intende la preparazione che segue:
“Dopo aver nettato e lavato gli ovoli, tagliateli a fette sottili. Cuoceteli nel burro e conditeli con sale, pepe e parmigiano grattato. Se aggiungete sugo di carne, riusciranno anche migliori”.
Per gli ovoli chiusi io proporrei anche un consumo a crudo e semplice condimento di olio, sale, pepe. Punto. “Insalata” costosa ma eccellente.



Ricette

Nota: le preparazioni s’intendono per 4 persone



Gratin di funghi e patate




600 g funghi porcini freschi - 500 g di patate gialle di uguale dimensione (più o meno)
 200 g stracchino cremoso - 200 g di pomodorini (maturi ma sodi)
prezzemolo, erba cipollina, timo, aglio (se gradito)
40 g burro - olio extra vergine di oliva q.b. – sale e pepe q.b.

Lavare bene le patate, metterle a cuocere con la buccia partendo da acqua fredda salata. Sospendere la cottura quando sono ancora al dente (circa 20 minuti) e sbucciarle subito. Mentre si raffreddano, tritare le erbe aromatiche e pulire accuratamente i funghi. Una volta fredde, tagliare le patate a fette piuttosto spesse (1/2 cm) e posarle, piatte e affiancate, in una padella antiaderente dove sarà stato scaldato l’olio extravergine d’oliva. Farle dorare da entrambi i lati, facendo attenzione a non romperle mentre vengono girate (opportuna una paletta). Disporle poi in una teglia da forno, facendone uno strato con le fette leggermente sovrapposte; distribuire su di esse una parte del trito di erbe insaporito con sale e pepe (senza esagerare…), quindi aggiungere lo stracchino a tocchetti. Nella padella in cui sono state dorate le patate (eliminando l’olio in eccesso), far saltare per qualche minuti i funghi, pure tagliati a fette. Con questi coprire lo strato di patate, distribuire il trito restante, i pomodorini tagliati a pezzettini e lo stracchino restante. Condire con un filo d’olio, qualche fiocco di burro, mettere in forno preriscaldato a 200°C, per circa 20 minuti.  Servire tiepido.


Zuppetta di funghi e vongole


1 kg di vongole veraci – 400 g cardoncelli o champignons o porcini – 1 scalogno medio  1 patata gialla grande – una decina di pomodorini “datterini”
5 cucchiai da minestra olio extravergine d’oliva - ½ bicchiere vino bianco secco
  1 spicchio d’aglio – prezzemolo- sale e pepe q.b.


Far spurgare le vongole in acqua fredda salata per almeno tre ore (meglio sale grosso marino integrale); poi, sciacquarle bene e metterle in una padella larga con aglio, vino bianco e un po’ d’olio; coprire la padella, metterla su fiamma vivace per farle aprire (normalmente pochi minuti).   Affettare lo scalogno molto sottile, farlo appassire in poco olio, aggiungere la patata tagliata a dadini; lasciar cuocere per qualche minuto; unire i funghi a fettine, aggiungere il liquido filtrato delle vongole, un bicchiere d’acqua e i datterini divisi a metà; portare a bollore dolce; lasciar sobbollire per circa dieci minuti, verificando soprattutto la consistenza dei funghi che non devono sfaldarsi; intanto sgusciare buona parte delle vongole - riservandone alcune per la guarnizione – e metterle nella pentola poco prima di spegnere la fiamma. Aggiungere il prezzemolo tritato. Servire in ciotole, guarnite con le vongole a guscio ( tenute calde con un poco del loro liquido)e accompagnare con crostoni di pane leggermente tostati e sfregati con lo spicchio d’aglio (se non gradito, limitarsi alla tostatura).


Funghi in pastella



500 g di funghi misti: porcini, finferli, champignon, orecchioni
150 g di farina 00 - 2 uova – 200 g acqua gassata ben fredda
olio di semi d’arachide q.b. - sale e pepe

Pulire accuratamente tutti i funghi, usando anche un pennello ma, se necessario, sciacquarli rapidamente e asciugarli perfettamente; tagliarli a tocchi medi.  Separare i tuorli dagli albumi, mettendoli in due diverse ciotole. Battere i tuorli con la farina facendo attenzione a non formare grumi, unire l’acqua gassata in quantità tale da formare un composto che abbia la consistenza di una crema (né troppo liquido né troppo fluido). Montare gli albumi a neve, aggiungendo un pizzico di sale. Unire i due composti, delicatamente, per formare la pastella.  Scaldare, in tegame idoneo, abbondante olio di semi di arachide; passare, pochi per volta, i funghi nella pastella, immergerli nell’olio bollente, lasciandoli dorare. Asciugare su carta-paglia o, in mancanza, su carta da cucina idonea. Salare solo in tavola per non far afflosciare i “bigné”.



Ovoli in fricassea

Amanita caesarea (Ovolo buono)



400 g di ovoli chiusi – 1 cipolla rosata – 2 tuorli d’uova – 1 limone
 burro, sale e pepe q.b.

Pulire accuratamente gli ovoli e tagliarli a tocchi di medie dimensioni. Soffriggere nel burro la cipolla affettata fine, senza far scurire,  quindi unire gli ovoli tagliati a pezzi, mescolando più volte, delicatamente, con un cucchiaio di legno.  Salare leggermente. Dopo una decina di minuti ritirare dal fuoco la casseruola e aggiungere due tuorli d’uova battuti insieme all’agro di limone. Rimestare ancora e servire completando con una “tornata” di pepe bianco (se gradito).


Cappelle di porcino nero farcite


12 porcini neri - 2 uova  - 200 g di ricotta fresca – 100 g parmigiano grattugiato
2 spicchi d’aglio – prezzemolo – pane con mollica e pane grattugiato q.b.
 una tazza di brodo vegetale (anche di dado) – olio extravergine di oliva q.b.


Prendere una dozzina di porcini della varietà indicata (se possibile) e ben sodi; togliere  i gambi e mettere le cappelle in un teglia unta d’olio, accomodandole col loro rovescio di sopra. Poi, con la metà dei gambi dei funghi, un poco di mollica di pane inzuppata in poco brodo vegetale, due spicchi d’aglio e un po’ di prezzemolo fare un battuto che verrà messo in un recipiente due uova intere, la ricotta, sale e parmigiano grattugiato. Rimestare fino ad ottenere un impasto uniforme e con questo riempire le cappelle. Spargere sopra pane grattugiato, versarvi ancora un filo d’olio e cuocere in forno preriscaldato a 180°C fino a gratinatura (moderata, non far asciugare troppo e non far scurire).

Porcini profumati




“Li prepara così M.lle Jane Renouardt, prima attrice al “Théâtre Daunou”, una piccola bomboniera, tappezzato di velluti blu, tra la rue de la Paix e l’avenue del’Opéra. È una variante dei porcini alla bordolese alla moda di Parigi perché a Bordeaux, mi spiegò, sono cucinati in tutt’altro modo e con l’aglio, come in Provenza. Alla mia maniera, aggiunse ridendo, non perdono quel certo sapore che piace agli uomini. L’importante è che siano giovani e appena aperti, così non si debbono lavare ma soltanto strofinare bene con un panno. Più tardi, nella toilette del “Ciro’s”, che sta di fronte al “Daunou”, uno dei ristoranti più lussuosi del quartiere dell’Opéra, le chiesi qual era il sapore che non perdevano. E Jane, divertita mi rispose: ma il nostro, mia cara. Il nostro!”



 “Affettate 500 grammi di funghi tenendo da parte qualche gambo che taglierete a dadini piccolissimi. Conditeli con sale e pepe. Gettateli in una padella con dell’olio d’oliva caldissimo e saltateli finché non sono dorati. Recuperateli con una schiumarola. Eliminate l’olio. Nella stessa padella fate poi sciogliere tre noci di burro con i dadini dei gambi, e due scalogni tagliati fini. Aggiungeteci i funghi e cuocete per qualche minuto. Accomodateli in un piatto di portata riscaldato, versateci un mezzo bicchierino di rum della Martinica nel quale avrete aggiunto qualche goccia di limone e un cucchiaio di prezzemolo tritato”.
Testo e ricetta: “La cucina Impudica”


Funghi polonaise


450 g di funghi piccoli – 125 g di burro – 2 tuorli di uova sode
 1 cucchiaio di prezzemolo tritato – 70 g di pangrattato (di pane bianco senza crosta)

Pulite e private del gambo i funghi. Sciogliete due cucchiai di burro in una padella e fate saltare i funghi a fiamma bassa per 5 minuti o finché diventano dorati. Sgocciolateli dal burro in eccesso e trasferiteli in un piatto da portata intiepidito. Sbriciolate i tuorli e cospargeteli sui funghi insieme al prezzemolo. Tenete il piatto in caldo mentre, in un altro tegame, fate cuocere il burro rimanente finché diventa marroncino chiaro. Unite il pangrattato e proseguite la cottura per un altro minuto o due per dorarlo bene. Versate la salsa di burro e briciole di pane sui funghi e servite il piatto ben caldo.
Testo e ricetta: Rex Stout, “Crimini e Ricette”


Pollo con funghi e dragoncello




2 petti di pollo interi, privati dell’osso e aperti a metà
(se possibile di polli nutriti a mirtilli)
1 pizzico di sale – 1 pizzico di pepe bianco – 100 g di burro
1 cucchiaio di scalogno tritato – 230 di funghi affettati
1 cucchiaino di foglie di dragoncello tritate
(o ½ cucchiaino di foglie essiccate)
60 m di brodo di pollo – 60 ml di vino bianco
250 ml di panna – succo di limone q.b.


Cospargete i petti di pollo di sale e pepe. Scaldate il burro in una casseruola chiudendola con il coperchio. Quando diventa spumoso, aggiungete lo scalogno e fatelo saltare per un minuto. Unite e funghi e il dragoncello e fate rosolare per altri 2 minuti (non lasciate scurire). Aggiungete i petti di pollo nel tegame, girandoli più volte nel burro. Posate la carta da forno imburrata sopra la carne, mettete il coperchio alla casseruola e infornate a200°C. Fate cuocere per 7 minuti, o fino a quando la carne risulterà morbida ma elastica. Trasferite il pollo su un vassoio e tenetelo in caldo. Versate il brodo e il vino nella casseruola e portate a ebollizione sul fornello a fuoco alto fino a ottenere un composto dalla consistenza sciropposa. Aggiungete la panna e portate rapidamente a ebollizione mescolando. Quando la salsa si è addensata, assaggiate per aggiustare eventualmente di sale e pepe e spremeteci dentro qualche goccia di limone. Versatela sul pollo e servite immediatamente.
Testo e ricetta: Rex Stout, Crimini e ricette.
Nota: I polli nutriti a mirtilli (ammessa e non concessa l’esistenza) sono una raffinatezza che solo Nero Wolfe poteva permettersi…. Dei funghi non è indicata la varietà quindi sarà consentito usare i più belli e profumati che troverete al mercato. Quanto alla casseruola, attenzione che sia idonea per il forno.


Sauté di finferli



800 g finferli – 150 g pancetta a cubetti -  3 scalogni medi  - uno spicchio d’aglio qualche stelo di erba cipollina –  2 cucchiai olio extra vergine d’oliva
 una confezione di polenta pronta
Pulire accuratamente i finferli, usando anche pennellino e spazzolino (le piccole pieghe, le arricciature sono un ricettacolo…), lavarli rapidamente  e asciugarli alla perfezione. In una padella (possibilmente antiaderente) scaldare un filo d’olio e saltare i funghi a fiamma vivace per eliminare l’acqua di vegetazione.  Trasferire poi i funghi in un piatto e tenerli da parte. Nella stessa padella, eliminato il fondo di cottura, rosolare con un po’ di olio gli scalogni affettati sottili, senza farli scurire; aggiungere i finferli, mescolare, salare leggermente, saltare per qualche minuto a fiamma vivace. In altra padellina, rosolare i dadini di pancetta, senza alcun condimento, fin quando saranno croccanti. Asciugarli su carta-paglia o carta assorbente e unirli ai finferli, mescolando. Nella padellina della pancetta rosolare e far dorare la polenta che sarà stata tagliata anch’essa a cubetti. Ai finferli aggiungere l’erba cipollina tagliuzzata, una macinata di pepe, servire il tutto molto caldo, con la polenta.  



Grazie

e i libri

Atlante dei funghi,  Arnoldo Mondadori Editore, 1975
Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene, Einaudi Editore, 1970
G. Belloni, Il vero re dei cucinieri, Editrice Lucchi, 1970
Rex Stout, Crimini e ricette – A tavola con Nero Wolfe – BEAT, 2013
Anonimo, La cucina impudica, Derive Approdi 2001

mercoledì 7 giugno 2017

Gli asparagi, il piacere del palato. E l'anima?





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Giovanni Segantini, "Natura morta, 1886


“Non c’è alcun rapporto fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Quelli sono un legume appartenente alla famiglia delle asparagine, credo, ottimo lessato e condito con olio, aceto, sale e pepe. Alcuni preferiscono il limone all’aceto, anche eccellente è l’asparago cotto col burro e condito con formaggio parmigiano. Alcuni ci mettono un uovo frittellato sopra, e ci sta benissimo. L’immortalità dell’anima, invece, è una questione; questione, occorre aggiungere, che da secoli affatica le menti dei filosofi. Inoltre gli asparagi si mangiano, mentre l’immortalità dell’anima no.”….(segue)
Achille Campanile, “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima”





Strano vegetale, questo asparago, del quale si dice e si pensa tutto il bene e tutto il male possibile. Che spunta dalla terra solitario, con il colore che la terra gli assegna: bianco puro, verde brillante, violetto. Molto apprezzato dai palati fini, evitato (da alcuni) per quel sentore di zolfo di cui lascia ampia traccia anche nei bagni “impeccabili”.  Costoso, vita breve e però ricca di soddisfazioni. Nel vero senso della parola.
È ai primi posti nella classifica dei cibi afrodisiaci. Celebrato fin dai tempi antichi, forse anche per quel suo “portamento” che lo fa assomigliare a un fallo.
Nel terzo  decennio del 1400 – presumbilmente tra il 1410 e il 1434  – il sultano tunisino Sheikh Nefzawi è autore di uno dei testi fondamentali della letteratura erotica araba, un “manuale” dove trovano spazio anche gli asparagi: 

“….l’asparago con il tuorlo dell’uovo fritto nel grasso, il latte di cammella e il miele mantiene viva la virilità giorno e notte……”

Muhammad An-Nafzawi, "Il giardino profumato delle delizie sensuali".

Altra epoca, altro Paese, la Francia. Siamo verso la fine del Seicento quando gli asparagi trionfano alla corte di Luigi XIV, il Re Sole, che ne era così ghiotto da far erigere a Versailles un obelisco in onore del giardiniere che riuscì a coltivarli tutto l’anno. Si tratta della pregiata varietà “precoce d’Argenteuil”, ancora oggi molto ricercata e apprezzata.



 Versailles, Le potager du Roi

Poi c’è Napoleone III.  Le cronache narrano che l’imperatore, assai sensibile al fascino e agli ammiccamenti delle belle dame, ritenesse talmente indispensabili gli asparagi nelle cene intime da rimandare l’incontro nel deprecabile caso che il cuoco non li avesse preparati. E proprio in quell’epoca - 1850 circa - gli asparagi trovano terreno d’espansione in tutto il nord dello Stivale, partendo dal Piemonte, al seguito dell’esercito napoleonico.

Ma torniamo al parallelo tra gli asparagi e l’immortalità dell’anima seguendo (con  il sorriso sulle labbra)  l’appassionante analisi …

“... Altra differenza è che sono state scritte molte più opere sull’immortalità dell’anima, che sugli asparagi. Almeno credo. Ancora: non tutti credono all’immortalità dell’anima, mentre che degli asparagi e della loro esistenza tutti sono certi, nessuno ne dubita. Eppure la verità è proprio l’opposto: si può dubitare dell’esistenza degli asparagi, non dell’immortalità dell’anima. Tuttavia, anche così, tra gli uni e l’altra c’è un enorme divario.
Ciò senza dire d’infinite altre differenze fra quelli e questa.” …(segue) A.C.




Intanto può essere utile conoscere le caratteristiche del pregiato vegetale. Perciò, riassuntino: genere “asparagus”, 150 specie, alcune usate a scopo ornamentale o farmaceutico. L’asparago è poco calorico, diuretico, ricco di fibre, acido folico, vitamine (A,C,E, alcune del gruppo B), sali minerali (fosforo, calcio, potassio, cromo, collegato, questo, all’insulina).  Il suo consumo è consigliato per la prevenzione del diabete di tipo 2, le patologie del sistema nervoso e cardiocircolatorie. Aiuta la digestione, è un antinfiammatorio naturale.
Assolutamente da evitare, invece in caso di reumatismi, disturbi renali, gotta, nefropatie e specifiche allergie.


Originario dell'Asia, l'asparago (Asparagus officinalis) era già conosciuto come pianta spontanea al tempo degli Egizi, che ne diffusero la coltivazione nel bacino del Mediterraneo.
Il primo documento letterario relativo a questo ortaggio, la "Storia delle piante" del greco Teofrasto, risale a circa il III sec. a.C.

Asparagi, Mosaico romano
Storicamente, se ne trova anche traccia già nel più antico testo latino giunto fino a noi nella sua interezza: “Liber de agri cultura” scritto nel 160 a.C. da Marco Porcio Catone, detto il Censore. Oltre due secoli dopo, Plinio il Vecchio, scriveva: “La natura aveva creato gli asparagi di bosco in modo che ognuno potesse raccoglierli ovunque nascevano: ed ecco che spuntano fuori gli asparagi coltivati e Ravenna ne produce di tali che tre raggiungono il peso di una libbra…”. Ciò vuol dire che ogni asparago pesava più di 100 grammi, poiché la libbra romana corrispondeva a 327 g circa.


Plinio il Vecchio, Naturalis Historia




“…Vediamo ora se e in quali direzioni si possano ricercare punti di contatto fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Questa e quelli possono generalmente considerarsi cose gradevoli. Difatti, se l’anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi, e questo sarebbe molto sgradevole. Di tutt’altro genere è la gradevolezza degli asparagi, che graditi sono al palato. 
Mi accorgo che casualmente m’è venuta sotto la penna un’analogia del tutto accidentale fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima: m’è capitato, cioè, di dire che, se l’anima non fosse immortale,  nulla resterebbe di noi; invece essendo essa immortale, resta molto, resta la parte migliore di noi.” …(segue) A.C.




Degli asparagi la parte migliore, la più tenera, è la punta, che, più propriamente, si chiama turione. Osservando questo turione si riesce a capire se l’asparago è fresco o meno. Ecco come: deve essere pieno, turgido, compatto senza frastagliature mentre l’intero fusto deve avere un colore brillante, quasi traslucido. 



La preparazione per la cottura, è abbastanza semplice. Gli asparagi si dividono in gruppetti di 5-6 e se ne taglia la base (circa 3/4 cm) in modo da eliminare la parte leggermente legnosa e portarli tutti alla stessa altezza. Se necessario per presenza di terriccio, raschiarli leggermente e quindi sciacquarli in una bacinella, sotto acqua corrente. Al termine di quest’operazione è opportuno riempire nuovamente con acqua fresca la bacinella e immergervi a testa in giù gli asparagi così lasciandoli per circa un quarto d’ora, al fine di far cadere altri eventuali residui di terriccio.
Il meglio del sapore gli asparagi lo danno se cotti al vapore. Nel caso vengano lessati, è opportuno legarli in mazzetti con spago da cucina - oppure con i laccetti in silicone - e utilizzare una pentola alta e stretta, nella quale i fusti possano restare in piedi e l’acqua arrivi a non più della metà della loro altezza. Attenzione: la cottura, rigorosamente, deve essere breve per evitare l’indurimento dell’intero asparago. 




“…Anche degli asparagi resta molto, purtroppo; ma, al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile. Anzi, resta la peggiore, il gambo. Tuttavia esso resta in misura considerevole, il che non avviene nel caso d’altri vegetali già cotti, come, per esempio, gli spinaci che sono interamente commestibili. Forse questo è l’unico punto di contatto fra l’immortalità dell’anima e gli asparagi e sono lieto di averlo trovato, sia pure involontariamente e per mero caso, perché questo dà un contenuto positivo all’indagine che ci eravamo proposti e ci procura dei risultati che vanno oltre le più ottimistiche previsioni”…. (segue) A.C.




Alla scoperta del tricolore




Altedo in verde
L’eccellenza per questa varietà “verde” è targata Altedo: una località tra Bologna e Ferrara e anche un grande consorzio del quale fanno parte 56 comuni vocati  a produrre e “autorizzati” a distribuire con marchio questo vegetale straordinario, che, in botanica, fa parte della famiglia delle liliacee, quali Iris e mughetti.
D’altra parte, già ai tempi dei Romani gli asparagi della pianura tra Bologna e Ferrara erano considerati tanto pregiati da venire inviati a Roma avvolti uno ad uno in una particolare carta che ne preservava la freschezza.
Parlando di eccellenze è d’obbligo citare anche gli asparagi di Canino, in provincia di Viterbo. In questa zona, tra l’altro, per specifiche condizioni di terreno (acque sotterranee calde) il periodo di produzione dell’asparago verde è eccezionalmente lungo, protraendosi dalla fine di gennaio alla prima decade di giugno, sia in apposite asparagiaie sia in campi aperti.

Bassano in bianco
Come spiegare quel bianco lunare che caratterizza l’asparago di Bassano? Due leggende: una è legata alla produzione, la seconda alla… santità.
Correva un anno imprecisato del ‘500 quando, in giorno e mese altrettanto imprecisati, si scatenò una violenta grandinata che distrusse la punta di tutti gli  asparagi. Così, uno dei coltivatori decise di raccogliere la parte che stava sottoterra, cioè la parte bianca. E quale non fu la sua sorpresa scoprendo che era tenera e gustosa: la decisione di mantenere l’intero asparago sottoterra ne fu la conseguenza logica.


La seconda leggenda vede protagonisti Sant’Antonio da Padova (che a quel tempo Santo ancora non era) e Ezzelino III da Romano, condottiero, Signore della Marca Trevigiana, tanto crudele da essere condannato all’Inferno anche da Dante. Per ammansirlo, Antonio, rientrando dalle Missioni africane, portò con se sementi dell’asparago, che seminò tra le siepi del bassanese, vedendole rapidamente produrre splendidi e abbondanti “esemplari” che furono assai apprezzati dal perfido Ezzelino. E non solo da lui.
Infatti, la diffusione del “Principe bianco” nasce a metà del Cinquecento in concomitanza del Concilio di Trento durante il quale alcuni Padri conciliari, passando per Bassano con il loro seguito, possono gustare e apprezzare i “sparasi”, tanto da diffonderli “urbi et orbi” esaltandone anche le virtù dietetiche.

L’asparago di Bassano ha un “fratello” che nasce a Cimadolmo in provincia di Treviso e che,  per primo, ha ottenuto l’Indicazione Geografica Protetta.


Albenga in violetto
L’asparago violetto d’Albenga è presidio Slow Food. A buona ragione. Cito: “Inconfondibile, per i turioni medio-grossi e per il colore viola intenso che gradatamente sfuma scendendo verso la base, l’asparago Violetto d’Albenga è una varietà unica al mondo. Il suo colore strano non dipende dalla tecnica di coltivazione, ma è legato al suo patrimonio genetico. E c’è una ragione scientifica che ne preserva la purezza: possedendo 40 cromosomi anziché 20 come tutti gli altri asparagi, il Violetto non può incrociarsi con altre varietà (i figli sarebbero sterili) e quindi non può imbastardirsi.
In California hanno tentato di brevettarlo e fior di agronomi hanno provato a coltivarlo in Nuova Zelanda, in Australia e negli Stati Uniti, ma con scarsissimi risultati.
I terreni alluvionali della Piana di Albenga, invece, sono perfetti: grazie al profondo strato sabbioso e limoso e al microclima.”

Nonostante la straordinarietà delle caratteristiche, la produzione del violetto si riduce di giorno in giorno: negli anni Trenta del Novecento la coltivazione copriva 300 ettari, nel 1970 gli ettari erano scesi a 140, nel Duemila sono crollati a meno di dieci.
La maggior parte dei produttori non ha retto gli altissimi costi di una coltivazione completamente manuale ed è passata ad altre varietà. Pochi hanno avviato la loro resistenza per difendere un prodotto che tutto il mondo ci invidia, e si sono riuniti in Slow Food.


Ricette


i magnifici tre



Premessa: gli asparagi hanno un sapore e una consistenza “speciali” e personalmente, ma in prestigiosa compagnia, ritengo superflui accostamenti e contaminazioni con altri sapori che s’impongano sovrastando l’originale. Ecco perché, fra le centinaia di ricette in circolazione, ho cercato di scegliere quelle che più rispettano ed esaltano gli asparagi, a costo di sembrare banale. Con una postilla: gli asparagi sono deliziosi in frittata, con solo olio e limone, con burro fuso, in ripieno con le lasagne... Insomma sono, da soli, "il piatto". Perfetto. O quasi.



Risotto agli asparagi
per 6 persone






1 kg di asparagi – 480 g riso Carnaroli o Vialone nano
70 g burro – 1 cipolla piccola –1/2 bicchiere di vino bianco secco
 brodo d’asparagi – 1 dado vegetale  
150g di parmigiano reggiano grattugiato



Lavare accuratamente gli asparagi ed eliminare la parte finale fibrosa; tagliare a rondelle lasciando integra la punta per circa 4/5 cm; immergere le rondelle in acqua bollente leggermente salata (circa 1,5 l) e lasciar cuocere per 5 minuti; scolare con un mestolo forato mantenendo tutto il brodo.
In un tegame idoneo (largo, di altezza media) sciogliere 30 g di burro , unire la cipolla affettata e tritata fine, lasciar ammorbidire e imbiondire (attenzione a non bruciare!), poi aggiungere il riso e, alzando la fiamma, farlo tostare fin quando non risulterà traslucido.  A questo punto aggiungere il vino bianco, mescolare e lasciar evaporare; abbassare la fiamma e iniziare ad aggiungere, mestolo per mestolo, il brodo di asparagi che sarà stato mantenuto bollente. A metà cottura, aggiungere le rondelle di asparagi già parzialmente cotte e assaggiare il riso per valutarne il sapore: se poco saporito aggiungere il dado (metà o intero a seconda della propria valutazione e ricordando che molto sapore arriverà dal  parmigiano); proseguire con l’aggiunta di brodo e pochi minuti prima della fine cottura inserire le punte degli asparagi. Spegnere la fiamma con il risotto all’onda (cioè non asciutto!), unire burro e parmigiano, mescolare e coprire per qualche minuto.
Per la decorazione: potete scottare qualche punta d’asparago
in acqua bollente leggermente salata e con una punta di bicarbonato per uso alimentare per mantenerle verde-brillante. In alternativa al bicarbonato potete immergere le punte, prelevate dall’acqua bollente, in acqua ghiacciata.



Asparagi alla Bismarck
per 4 persone



1 Kg di asparagi – 80 g burro – 80 g parmigiano reggiano grattugiato – 8 uova


Pulire e lavare bene gli asparagi come già indicato. Ripartirli in modo da formare quattro mazzetti uguali e  legarli con spago bianco da cucina. Metterli in piedi in una pentola alta e stretta con acqua leggermente salata, con livello che non superi la metà degli asparagi stessi (le punte devono cuocere a vapore). A partire dal bollore, calcolare dai cinque ai dieci minuti di cottura, a seconda della grossezza dei fusti. Comunque ricordare sempre che gli asparagi richiedono una cottura breve per mantenere sapore e croccantezza. Intanto predisporre singoli piatti (tenuti caldi con acqua bollente!) adagiando gli asparagi allargati avendo tolto lo spago e cosparsi di parmigiano.
cuocere le uova (possibilmente due a due) rompendole quando il burro fuso inizia a sfrigolare e facendo attenzione a non spaccare il tuorlo: la fiamma va mantenuta piuttosto bassa in modo che l’albume coaguli senza bruciarsi. Salare solo il bianco e pepare, il tutto a fine cottura. Versare delicatamente le uova con il burro sugli asparagi.

Nota: le uova al tegamino devono restare morbide affinché nel tuorlo si possano immergere le punte degli asparagi. Per non rischiare di rompere il rosso, si possono aprire le uova in una piccola ciotola per poi farle scivolare nel burro come indicato.



Gratin di asparagi bianchi
per 4 persone



1 Kg di asparagi – 10 funghi champignon grossi – 1 vasetto di yogurt greco
olio extravergine d’oliva q.b. –  il succo di mezzo limone
3 cucchiai di parmigiano grattugiato


Portare a bollore dell’acqua salata in una casseruola capiente. Preparare una ciotola con acqua e cubetti di ghiaccio. Pelare e lavare gli asparagi bianchi, eliminando la base dei gambi. Legarli e immergerli nell’acqua bollente per 5 minuti. Scolare e passare immediatamente nell’acqua ghiacciata; lasciarli sgocciolare su un canovaccio pulito.
Lavare rapidamente gli champignon ed eliminare la base terrosa. Far scaldare un filo d’olio d’oliva in una casseruola bassa e ampia, quindi aggiungere i funghi tagliati a fettine. Salare,  spruzzare con  il succo di mezzo limone, mettere il coperchio e lasciar cuocere 5 minuti, mescolando di tanto in tanto. Frullare i funghi con il vasetto di yogurt greco e 1 cucchiaio di parmigiano grattugiato.
Preriscaldare il forno a 160°C.
Stendere la crema di funghi sul fondo di una pirofila, disporre gli asparagi ben allineati, spolverizzare con 2 cucchiai di parmigiano grattugiato e infornare per 15 minuti. Servire ben caldo.

Questa ricetta è dello chef Alain Ducasse


Asparagi bianchi con salsa d’uovo
per 4 persone




1 kg d’asparagi – 3 uova sode – 2 acciughe tritate
 1 cucchiaio di capperi tritati – 1 limone – 1 dl d’olio extravergine d’oliva
 sale e pepe q.b.


Lavare e mondare gli asparagi togliendo la parte più dura del gambo, legarli a mazzetti con spago da cucina, porli in piedi in una casseruola alta e stretta.
Riempire d’acqua fino a lambire la metà dell’altezza dei gambi, metterla sul fuoco, portare a bollore e cuocere  per circa 8 minuti.
In un altro pentolino rassodare le uova in acqua bollente salata, facendole cuocere per 10 minuti a partire dal momento del bollore.
Poi sgusciare le uova sode, dividerle a metà e passare i tuorli al setaccio.
Aggiungere ai tuorli due cucchiai circa di succo di limone e, rimestando continuamente con una frusta, incorporate (versandolo a filo) tanto olio di oliva quanto basta per ottenere una salsa piuttosto fluida.
Tritare gli albumi e aggiungerne la metà alla salsa.
Insaporire con le acciughe, i capperi tritati e una macinata di pepe. Regolare di sapore, aggiungendo se necessario un pizzico di sale e qualche goccia di succo di limone.
A scelta, servire gli asparagi caldissimi e consumarli intingendoli uno alla volta nella salsa distribuita nei piatti individuali, oppure lasciarli raffreddare, disporli su un piatto e condirli con la salsa, decorando con i restanti albumi tritati.




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Tortino di punte d’asparago violetto

Per 4/6 persone

 

 

 

 

1 kg asparagi – 500 g patate bianche - 100 g burro – 4 uova intere+1 tuorlo

80 g mortadella  - 1 cucchiaio fecola di patate

60 g parmigiano reggiano grattugiato

prezzemolo -  noce moscata – sale q.b.

 

Cuocere in acqua salata 500 g di patate con la buccia ben lavata; sbucciarle e passarle allo schiacciapatate; lavorare l’impasto in un tegame con 60 g di burro usando un cucchiaio di
legno, insaporire con sale e noce moscata; quando risulterà morbido aggiungere un uovo intero ed un tuorlo; mescolare finché risulti spumoso. Ungere una teglia rettangolare e
disporre l’impasto di patate “duchesse” formando tutt’ intorno un bordo alto.
In acqua salata bollente scottare per cinque minuti un chilo di asparagi, adeguatamente lavati e privati della base fibrosa. Scolare, tagliare a pezzi non piccoli, passare in padella con 30 g di burro, un dito d’acqua e cuocere ancora brevemente a fuoco minimo; aggiungere un cucchiaio di fecola di patate, tre rossi d’uova, 60 g di parmigiano grattugiato, 80 g di mortadella e un ciuffo di prezzemolo tritati fini. Aggiungere infine, mescolando delicatamente, gli albumi delle uova montati a neve. Versare il composto sulle patate e cuocere in forno pre-riscaldato a 180°C per 15-20 minuti.
 



Asparagi violetti gratinati
per 6 persone



1,2 kg di asparagi – 1 scodella di besciamella – 100 g prosciutto cotto
burro q.b. –  parmigiano grattugiato



Lessare in acqua salata gli asparagi, secondo le indicazioni prima riportate. Asciugarli su un canovaccio. Imburrare una pirofila e disporre a strati gli asparagi, il prosciutto cotto tritato, la besciamella. Terminare con abbondante parmigiano e fiocchetti di burro. Infornare per 10 minuti a 180°C in forno pre-riscaldato.



E dopo tutto questo trionfo di asparagi, come la mettiamo con l’immortalità dell’anima? 



“Per concludere e terminarla con un’indagine che la mancanza di idonei risultati rende quanto mai penosa, dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla di comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima”. A.C

 



Grazie alle Fonti

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Achille Campanile, “Gli Asparagi e l’Immortalità dell’anima”
Prima edizione, Rizzoli Libri, 1974

Alain Ducasse, “Nature –  190 ricette semplici, sane e buone”
Edizioni l’Ippocampo, 2014

Muhammad An-Nafzawi, “Il giardino profumato”
Edizioni ES – Classici dell’eros