Ricette

giovedì 12 dicembre 2013

Santa Lucia....luce e cuccìa


Il grande popolo dei bambini in dicembre si spacca in due, con sottocategorie: un primo gruppo aspetta Santa Lucia, che porta i doni; un secondo gruppo aspetta Natale, e questo secondo gruppo conta due sottocategorie: una è composta da chi aspetta Gesù bambino, che porta i doni; l’altra da chi aspetta Babbo Natale, che porta i doni…..
Sono momenti di attesa, di gioia, da festeggiare. E in famiglia qualcuno “deve”  incaricarsi di fare almeno i  dolcetti, tipo biscotti allo zenzero, piccoli pani allo zafferano e uvetta, cuccìa.
Il 13 dicembre è Santa Lucia, che  rappresenta l’attesa della luce per i Paesi del Nord Europa – dalla Svezia alla Norvegia alla Finlandia – e, invece,  rappresenta ( per meglio dire ricorda) la salvezza per altri, segnatamente la Sicilia.
Siamo nel Seicento, in un anno di carestia e l’Isola è in ginocchio.  Ma nella notte tra il 12 e il 13 dicembre delle navi senza equipaggio approdano nel porto di Siracusa: sono cariche di grano. E quel grano, semplicemente bollito, salvò la popolazione allentando la morsa della fame. Un miracolo attribuito a Santa Lucia, già venerata,  morta proprio il 13 dicembre  di trecento anni prima. 
Ecco perché la ricorrenza è festeggiata con una zuppa e un dolce - oltre che con dolcetti -,  che hanno come ingrediente-base proprio il grano: si chiamano entrambi cuccìa (attenzione all'accento sulla "i"). Nome curioso che deriva dal verbo “cucciare", il quale indica “sgranare” “sgranellare”, “piluccare”.

La ricetta dolce

Cuccìa                                                                              

Dose 4-6 persone

200 g di grano da ammollare  (400 già cotto)

200 grammi di ricotta (possibilmente di pecora)

2 cucchiai da minestra di zucchero

frutti canditi a pezzettini  (quantità a piacere)

cioccolato fondente grattugiato (quantità a piacere)



Mettere il grano a bagno per almeno 12 ore.  Scolare, sciacquare e  cuocere a fuoco moderato per circa tre ore, aggiungendo un poco di sale solo verso fine cottura. Battere la ricotta con lo zucchero fino a ottenere una crema molto fine e aerata. Aggiungere i canditi e il grano, mescolando bene, dal basso verso l’alto , per mantenerne la spumosità. Riempire le ciotoline o i bicchieri, alternando la crema con le scaglie di cioccolato fondente. Decorare a piacere, concludendo comunque con il cioccolato.




La ricetta salata

Dose per 4/6 persone                                                    

200 g di grano

80 g di ceci

2 foglie di alloro

3 cucchiai di olio extra vergine di oliva

sale e pepe

Lasciare grano e ceci a bagno in acqua fredda per 12 ore. Scolare, sciacquare con cura, unire le foglie di alloro e cuocere il tutto  in abbondante acqua, a fuoco moderato.  La cottura durerà almeno due ore o fino a quando i chicchi di grano non si saranno “aperti” e l’acqua di cottura non avrà assunto un colore biancastro (dovuto al rilascio dell’amido da parte del frumento). Salare solo verso fine cottura. Trasferire in una capiente terrina la cuccìa, condire con l’olio, aggiustare di sale, aggiungere una bella macinata di pepe e mescolare con cura prima di servire.

La zuppa trova un ottimo “accompagno” in un vino bianco tipo Inzolìa o Orvieto classico.

Piccoli consigli utili (forse)

-  Tutti i cereali dovrebbero essere salati solo verso fine cottura, per evitare che la buccia si indurisca. E’ anche utile mettere nell’acqua di ammollo un mezzo cucchiaino di bicarbonato di sodio: aiuta l’ammorbidimento.
- E quanto segue è da provare! Mettere i cereali secchi in una pentola con abbondante acqua, portare a bollore ma spegnere il fuoco non appena il bollore si evidenzia. Coprire e lasciar raffreddare i cereali nell’acqua stessa. Una volta fredda (o appena tiepida), scolarli e procedere con la cottura come indicato nella  ricetta. Questo procedimento funziona benissimo con i fagioli e potrebbe essere valido anche per i ceci e il grano. Sui fagioli l’ho già provato io, per ceci e grano non ancora. Caso mai, fatemi sapere…. Attenzione! Evitate  di fare la prova proprio il giorno in cui li dovete cucinare…




martedì 10 dicembre 2013

Giovedì gnocchi. Con il ragù di nonna Ninna.


…venerdì baccalà, sabato trippa... usi e costumi che affondano le radici in là, talvolta molto in là, nel tempo. E capita che sia davvero difficile scoprire perché, dove, come e quando. Così è successo a me per gli gnocchi (nella fattispecie di patate) dei quali non riuscivo a rintracciare l’origine: le mie ricerche si perdevano sostanzialmente nel nulla. Ma il nulla non esiste, per fortuna.  E infatti ho trovato un testo molto interessante da cui traggo alcune delle notizie che seguono.
Tanto per cominciare, gli gnocchi  venivano compresi nel grande capitolo dei “macheroni o “maccheroni”.  Ne scrive Teofilo Folengo, scrittore e poeta rinascimentale d’origine mantovana,  forse il principale esponente di quel movimento  letterario che diede vita al “latino maccheronico”. E maccheronico deriva proprio da maccherone, considerato cibo grossolano.   Ma se il maccherone era cibo grossolano, gli gnocchi furono definiti “pasta la più vile tra le nobili”, essendo le “nobili” rappresentate dalla pasta secca, di origine araba, che trovò fortuna nelle  famiglie di rango a partire dal XIII secolo “anche per la presenza di servitù esotica”.
Si è però trovata traccia degli gnocchi già in età arcaica, con un rinvenimento archeologico del 1965  nella Valle di Ledro – in Trentino, a pochi chilometri dal Lago di Garda -  “dove sono stati portati alla luce una decina di “gnocchetti” o “bocconi”  impastati con farina di cereali macinati con macine di pietra”.
Le patate faranno la loro comparsa come ingrediente per gli gnocchi verso la metà dell’Ottocento.  Scrive Giacomo Basso, famoso cuoco rodigino dell’epoca: “P. formare Macheroni – Prendete Pattate l’a quantità che credete allessatele, e poi pestatte in mortale e poi un poco pane grattato, e biscottini con buttiro e pignolli on. 3 circa, e si forma un pastone, e formaglio crattato una pocha canella, e si pone in cassarolla con poco buttiro, e si forma una polentina e poi si cucina bene e si voda sopra un tavolo e si forma macheroni”.  Gran cuoco, Giacomo Basso, ma, certo, non grande scrittore….

E grande cuoca anche la nostra amica Alba, anzi la sua mamma, in questo caso. Perché Alba ricorda che,  nel giovedì degli gnocchi, l’aroma del ragù s’infiltrava sotto la porta di casa per diffondersi sul pianerottolo e più in su e più in giù sulle scale…. Ce ne regala la ricetta con questo commento: “Se i vostri vicini di casa vi suoneranno il campanello auto-invitandosi, vorrà dire che avrete cucinato il ragù di mia madre".  Cioé di nonna Ninna.

La ricetta

Gli gnocchi                                                                  

Dosi per 4 persone                      

1 kg di patate a pasta soda  
200 g ca farina bianca 00
1 uovo
sale
farina di grano duro quanto basta
                                                                                                 


Lavare le patate, metterle in casseruola con la buccia, coprirle di acqua fredda, salare, incoperchiare e porre il recipiente sul fuoco. A cottura avvenuta, scolarle, pelarle e passarle subito con lo schiacciapatate, facendo cadere il passato direttamente sulla spianatoia. Fare un piccolo cratere al centro della montagnola, aggiungere poco per volta la farina di grano tenero,  impastando,  e , se si nota che l’impasto tende a non essere ben compatto, aggiungere un uovo intero. Tutta la lavorazione deve essere breve.

Tenendo la spianatoia spolverata con la farina di grano duro, staccare man mano dall’impasto dei “blocchetti” grandi più o meno come una  mela e, facendoli rotolare con i polpastrelli o il palmo delle mani, dare la forma di un grissino, con un diametro di  circa 2 cm. Tagliarli poi a pezzetti di circa 2 cm di lunghezza. Ora prendere un pezzetto di pasta alla volta e, premendolo delicatamente con il pollice, farlo scivolare sul retro di una grattugia, oppure sui rebbi di una forchetta, oppure ancora sull'apposito asse scanalato, per dare  la caratteristica forma a conchiglia. Questa forma non è solo un fatto estetico: lo gnocco, leggermente incavato, cuoce più uniformemente. 
                                                           
                                                        



Il ragù di nonna Ninna

Dosi per 4/6 persone

300 g carne trita di manzo
200/250 g salsiccia

20 g funghi porcini secchi

20 g di burro

3 tre cucchiai di olio extravergine di oliva

1 bicchiere di vino rosso

1 scatola di  pomidoro pelati da 400 g
1 cucchiaino di concentrato di pomodoro

1 carota piccola

1 costa di sedano (lunga quanto la carota)

1 cipolla media

1 rametto di rosmarino, 3 foglie di erba salvia

1 foglia di alloro, 2 chiodi di garofano

1 pezzetto di cannella (ca. 2 cm)

1 grattatina di noce moscata

Sale e pepe.

                                                                  

Mettere  i funghi  in una tazza e coprirli con acqua calda. Tritare finemente le verdure e le erbe aromatiche. Metterle in una casseruola di media grandezza con burro e olio, soffriggerle e quando la cipolla sarà dorata aggiungere la carne e la salsiccia sbriciolata. Far rosolare con attenzione, rimestando spesso per evitare che il tutto si attacchi al fondo, aggiungere le spezie e quindi sfumare con il vino.

Quando il vino si sarà ridotto, salare, pepare e aggiungere i pelati tritati finissimi e il concentrato di pomodoro sciolto precedentemente in un poco d’acqua. Mescolare, abbassare la fiamma e mettere il coperchio alla casseruola. Rimestare di tanto in tanto. Quando l’acqua dei pelati sarà consumata aggiungere i funghi tritati e l’acqua di ammollo filtrata per trattenere l’eventuale terriccio che si è depositato sul fondo della tazza. Lasciare cuocere, con coperchio e a fiamma bassa, fintanto che l’acqua sia evaporata. Il ragù, a questo punto, dovrebbe avere una consistenza morbida e un colore rosso-bruno.

Aggiustare di sale e pepe. Spegnere il fuoco e lasciar riposare il sugo, coperto, almeno un paio d’ore, prima di utilizzarlo. Ricordarsi di togliere la cannella, la foglia di alloro e i chiodi di garofano prima di condire gli gnocchi.




Cottura e assemblaggio

In una pentola, più larga che alta, portare abbondante acqua a bollore, salare e calare pochi gnocchi per volta. Toglierli rapidamente con un mestolo forato non appena vengono a galla e passarli in una zuppiera (che sarà stata tenuta in caldo) nella quale sarà stato messo un primo strato di ragù (anche questo caldissimo). Mescolare delicatamente, procedere con gli altri gnocchi fino ad esaurimento, sempre irrorandoli con il sugo.   In alternativa si può usare una padella, nel qual caso si fanno satare rapidamente gli gnocchi.  In tavola una formaggera con parmigiano reggiano grattugiato.



Piccoli commenti utili (forse)

- L’utilizzo della farina di grano duro per spolverare la spianatoia è presto spiegato: la farina di grano duro, essendo più  assorbente della  farina di grano tenero, trattiene meglio l’umidità degli impasti e così impedisce che la pasta si attacchi alla spianatoia e che gli gnocchi si appiccichino tra loro. Questo vale anche nel caso di pasta fresca o ripiena tipo ravioli, tortellini e via discorrendo.

- La carne trita usata per il ragù deve essere piuttosto mista, cioè contenere anche delle parti di grasso. Se magra, infatti, tende a indurirsi con la cottura.

- I funghi secchi possono anche essere ammorbiditi buttandoli in acqua bollente e lasciandoli bollire esattamente per  5 minuti e non di più. Una volta spento il fuoco, devono essere tolti dal liquido con un mestolo  forato e sciacquati rapidamente con acqua corrente calda. Il liquido di cottura sarà filtrato prima dell’utilizzo, come si fa normalmente.
- I rametti di rosmarino dovrebbero essere teneri. Nel caso , invece, questi fossero legnosetti,   tritare solo gli aghi, che saranno stati sfilati “contropelo”.  Idem si dica per la salvia.

Fonte per le notizie storiche: www.alberghieroadria.it. - firma Paolo Rigoni

domenica 8 dicembre 2013

Sorbetto verde con segreto


Non sapete come concludere un pranzo? Il dolce al cucchiaio non piace a tutti e la classica torta è un po’ troppo? Provate questa delizia: fresca, leggera, “diversa”. “Diversa” perché nasconde un segreto che i vostri ospiti non scopriranno mai da soli….

La ricetta

Sorbetto al pistacchio
Dosi per 6 persone

 1 kg di gelato al pistacchio                                       
 1 bicchierino di wodka
1 generosa macinata di pepe nero
piccoli frutti per decorazione a piacere

Frullare gelato, vodka e pepe macinato, tutto insieme. Servire in bicchiere, non troppo piccolo e possibilmente freddo. Per la decorazione, c’è solo l’imbarazzo della scelta: grani di melagrana portafortuna, due o tre fragoline di bosco, una fettina di kiwi infilata nel bordo della coppa e, naturalmente, granella di pistacchio. 



Commenti
Il pepe nero, che deve essere aggiunto con grande generosità, dà al sorbetto un tocco speciale, aromatico, gradevolissimo, non facilmente individuabile. Certo, la preparazione, essendo leggermente alcolica e “pepata” non è adatta ai bambini, che possono però essere consolati  con le tradizionali due palline di gelato, accompagnate da biscottini (ricetta in arrivo!).
Il pistacchio dovrebbe essere consumato senza parsimonia - non mi riferisco al prezzo…- perché  è ricco di vitamine, acido folico, sali minerali, grassi insaturi e fibre.  In Italia è coltivato solo in Sicilia, a Bronte, in provincia di Catania. E’ una delle eccellenze italiane.

                                   


Ringraziamento
Per questa ricetta  - e  molte altre che arriveranno - sono in debito con Lidia Fornaro, una gentilissima e sorridente  signora milanese che, affiancata  dalla famiglia e da una preziosa collaboratrice, anima con consigli, suggerimenti e incoraggiamenti le clienti del suo storico negozio di casalinghi. Personalmente, quando passo in corso di Porta Romana a Milano, non posso non entrare con grande piacere perché so di poter curiosare senza che nessuno mi spinga ad acquistare. E  so anche che ne uscirò sapendo qualcosa in più. Grazie.

venerdì 6 dicembre 2013

La cucina impudica. Ricette intriganti. Di mondo.


 Esiste una cucina impudica? Esiste, eccome. E di questa oggi voglio raccontarvi. Un amico carissimo, Lorenzo R., uomo di mondo essendo stato, fra l'altro, paroliere di grandi cantautori, anche francesi, mi ha regalato un volumetto destinato a sorprendermi. Se il titolo è proprio “La cucina impudica”, il sottotitolo è  “le ricette segrete di una donna di mondo rivelate a chi intenda diventarlo”.  E la foto di copertina conferma….  A scanso di equivoci,  questo amico, felicemente accompagnato, ha pensato a me come cuoca ruspante che cerca sempre qualcosa di nuovo e quale innamorata, perdutamente innamorata, di Parigi.  Mi ha regalato non solo un  libro di ricette intriganti  - il che non è poco - ma anche un libro che  si legge, con il sorriso. 
L'origine è in un manoscritto che, come ogni manoscritto che si rispetti, è stato trovato, molti anni fa, su una bancarella del Flomarkt di Vienna. Precisa il traduttore, anch'esso anonimo: "E' costituito da un quadernetto di novantasei pagine, fitto di ricette ricopiate in bella calligrafia con un inchiostro azzurrino che il tempo ha fatto diventare dello stesso colore delle viole appassite tra le pagine dei diari. E' datato, Paris 1919/1931." "Le ricette sono accompagnate da piccole osservazioni, ricordi aneddoti...".
La prefazione è di un “pezzo da novanta”, Luigi Veronelli, non un cuoco, non uno scrittore, non un critico gastronomico: semplicemente un Mito. Il mio mito. Così scrive:
"Livre de chevet è espressione francese intraducibile. Chevetsta tra capezzale (corna, bicorna) e comodino. Mi piace pensare che indichi, nel reale, i due cuscini che si pongono, l’uno sull’altro -  il più alto un poco arretrato – alla base della testiera del letto. Piacevole appoggiarvi il capo e il dorso; e ritornare sulle pagine del libro di letto. E livre de chevet vuol proprio dire il libro della predilezione.”….. ”Mi sono letto le bozze de La cucina impudica. Sarà il mio livre de chevet. Dai tempi giovanissimi e giovani, nessun libro mi ha più divertito per la sua inverecondia e, assieme, l’empietà”. Ricorda anche , Veronelli, le parole di Marguerite Yourcenar: Reale tragedia dell’uomo è la demonizzazione del piacere."
 Lo spirito del libro. Siamo nella Parigi degli anni Venti, dove tutto accadeva, nella pittura, nella scultura, nella musica, nella scrittura. E lei, l’anonima donna di mondo, racconta gli incontri con  i protagonisti di anni straordinari. Un’epoca.  Lei, modella, attrice, cuoca volle “spalancare alla vita tutte le porte dei palazzi del piacere senza badare né al prezzo, né alla reputazione"”. Le ricette sono una delizia. 

Anonimo, “La Cucina impudica” -  Editore Derive Approdi , Roma

derive.approdi@libero.it - www.deriveapprodi.org




Vi propongo, per cominciare, due entrées e due desserts. Con il testo di presentazione dell'Autrice.

Entrées

Frittelle di salvia di Provenza

“Servite come aperitivo sono afrodisiache, mi spiegò un giorno a Nizza Manuela   Davenport, ma le foglie vanno colte un attimo prima di essere fritte e devono essere quelle di Provenza a foglia piccola e bianca, come quelle della salvia  italiana”.
“Preparare la pastella con un paio d’ore d’anticipo, in modo che riposi. Mettete in una terrina 250 gr di farina setacciata con due tuorli d’uovo e una presa di sale fino. Mescolate con una frusta aggiungendo a filo un bicchiere di birra, poi uno di latte e un cucchiaio d’olio di oliva. Lavorate questo impasto per qualche minuto in modo che si scaldi e abbia inizio la fermentazione che renderà la pastella più digeribile e più leggera. Al momento di usarla, incorporateci i due albumi montati a neve ferma, la scorza grattugiata di un limone e un cucchiaio di acquavite. In una padella fate scaldare fino al punto di fumo dell’olio di oliva. Immergete le foglie di salvia, lavate e asciugate, nella pastella, poi gettatele nell’olio e ritiratele appena sono dorate. Cospargetele di sale fino e servitele con della Manzanilla ghiacciata”.
NB – La Manzanilla è un vino di Xérès, più leggero e aromatico dello Sherry. 
Sottolinea ironicamete la cuoca: “Manuela, però, ha barato. Non mi aveva detto che era lei stessa a cogliere le foglie di salvia in giardino trascinandosi appresso il suo “mecco” con il cestino….(omissis).

Insalata di spinaci novelli e pancetta

“Germaine Tailleferre mi ha raccontato che F.P. adora le insalate, soprattutto quelle con gli spinaci crudi. Lo ha anche scritto su un quadro di Picabia, “L’occhio cacodilatico”, che troneggia a “Le Boeuf sur le toit”. 
Nota del traduttore: F.P. è probabilmente il musicista Francis Poulenc. Nel quadro di Picabia citato, infatti, compare, tra le altre, una scritta autografa di Poulenc: “Viva l’insalata”.
“Lavate accuratamente mezzo chilo di spinaci novelli, in mancanza di quelli novelli usate solo la parte centrale, più verde e tenera. Asciugateli con cura e sistemateli in una insalatiera. In una terrina, a parte, amalgamante tre tuorli d’uovo sodo, schiacciati con una forchetta, con il succo di due limoni, un bicchiere d’olio d’oliva, due cucchiai di senape, sale e pepe quanto basta. In una padella scottate 200 grammi di pancetta magra tagliata a dadini. Appena è croccante, recuperatela con una schiumarola. Versate sugli spinaci la salsa e i dadini di pancetta. Mescolate tutto con cura. Nella padella dove avete cotto la pancetta versateci un paio di cuccchiai d’aceto, deglassate il fondo e versatelo sugli spinaci insieme al bianco delle uova sode, anch’esso tagliato a dadini.




Desserts

Mousse di caffè al cioccolato amaro

N.B. La ricetta è preceduta da una dissertazione  sul colore delle aureole dei seni delle donne francesi, così come risulta dall’indagine di un antropologo…. Io ve la risparmio, passando alla ricetta che mi sembra godibilissima (oops!).
“Fondete a bagno-maria in una terrina 300 grammi di cioccolato amaro con due tazze di caffè molto forte - fate un caffè e poi rifatelo usando questo caffè al posto dell’acqua – 70 grammi di burro, due cucchiai di Cognac, una scorza di limone. Fuori dal fuoco aggiungeteci, un po’ alla volta,  cinque cucchiai di zucchero e otto tuorli di uova freschissime. A parte, montate a neve ferma, con un paio di cucchiai di zucchero e un cucchiaino di cannella in polvere, gli albumi. Incorporateli delicatamente al cioccolato. Sistemate la mousse in coppette di porcellana e fate raffreddare per un paio d’ore. Servitele accompagnate da un cucchiaino di chantilly e qualche lingua di gatto.


                                  


La tarte des demoiselles Tatin
“Niente vale più del cielo sopra la Loira a settembre, quando le prime brume sfumano le grandi foreste e gli stagni diventano di piombo. Accompagnavo spesso mio padre a Soogne quando era stagione di caccia e di mele e ricordo come fosse ieri il piccolo salottino dietro la pasticceria delle sorelle Tatin con le sue tendine di pizzo fatte a mano. Una grossa fetta di torta di mele, calda, dopo una giornata di caccia, era un rito che, senza un perché, mi riempiva di struggenti emozioni. Fu lì un giorno che mio padre m’indicò un uomo. E’ Léon Blum, mi sussurrò a voce bassa. Lo ricordo ancora, pallido, intriso di umori e di rabbia, gli occhi persi in un sogno a cui non sapevo dare un nome….”

Imburrate il fondo di una tortiera con 100 grammi di burro rammollito. Sul burro spargete 50 grammi di zucchero nel quale avrete sminuzzato un bastoncino di cannella. Pelate un chilo di mele renette, eliminate i torsoli e tagliate a fettine di circa quattro, cinque millimetri di spessore. Disponetele, accostandole con cura l’una all’atra, nella tortiera, cospargetele con altri 50 grammi di zucchero e un paio di cucchiai di burro fuso. Mettete la tortiera sul fuoco a temperatura dolce per una ventina di minuti finché lo zucchero non è caramellato. Attenzione a che non scurisca troppo. Nel frattempo disponete a fontana su una spianatoia 250 grammi di farina setacciata, rompeteci dentro un uovo con una presa di sale e aggiungeteci 200 grammi di burro che avrete ammorbidito fino alla consistenza di una crema. Mescolate e correggete la consistenza dell’impasto, che deve essere morbido, con un bicchierino di Calvados. Tirate la pasta con un mattarello fino a ottenere una sfoglia  di diametro leggermente superiore a quello della tortiera. Sistemate la pasta sulle mele facendo rientrare i bordi e mette la tortiera in forno, caldo, a temperatura media per circa una mezz’ora. Rovesciate la torta su un  piatto di portata e servite appena è tiepida. Potete accompagnarla con della panna zuccherata leggermente addensata o con un cucchiaio di crema pasticcera.
 Breve nota storica. Léon Blum fu uomo politico di rango,  socialista, eletto capo del governo provvisorio della Repubblica francese nel dicembre 1946. Fu scrittore e critico letterario di fama.  A Parigi c'è una piazza a lui intestata, nell'11° arrondissement,  quasi a ridosso della Bastiglia.  E' però più nota come Place Voltaire.

mercoledì 4 dicembre 2013

Pollo alla Napoleone, pollo della vittoria


Ecco un’altra chicca di Alba.  Scrive: “Cucino raramente il pollo perché in famiglia non lo amano, neppure ruspante. Però io, nel mio cassetto, custodita con grande cura, ho una ricetta di famiglia che mi è stata affidata da mio padre, unitamente ai suoi ricordi: si chiama “pollo alla Napoleone” e ha un significato che va oltre la cucina. Raccontava papà che la sua mamma gli preparò questo piatto quando ricevette la chiamata alle armi, allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Con questo gesto voleva dimostrargli tutto il suo affetto e sdrammatizzare (se possibile) l’evento con un momento conviviale gioioso. Come tu sai, talvolta i sentimenti li riveliamo più facilmente con i fatti”.
Pollo alla Napoleone.  Nella sterminata  aneddotica che circondava e circonda tuttora  la vita e le abitudini dell’Imperatore,  questa ricetta si ritrova anche con un altro nome: “pollo alla Marengo”. Ed è legata a una battaglia di grande rilevanza sia dal punto di vista  militare - ripristinò il predominio francese in Italia - sia dal punto di vista politico in quanto consolidò il prestigio e il potere del Primo Console Bonaparte in Francia.
Era il 18 giugno del 1800. A Marengo, alle porte di Alessandria, di prima mattina , le truppe austriache attaccano a sorpresa lo schieramento del Comandante Bonaparte, in condizioni di inferiorità  per numero di uomini e  di cannoni. Per molte ore si guerreggia e la sorte dei francesi appare segnata: disfatta. Ma nel pomeriggio l’arrivo di reparti di rinforzo ribaltano la situazione portando ad una grande vittoria francese. Il giorno seguente gli austriaci chiederanno l’armistizio.
 Napoleone  Bonaparte è, come di solito, ininterrottamente sul campo, per controllare, impartire ordini, incoraggiare. Sempre a stomaco vuoto. Ma , una volta messo in ginocchio il nemico, la fame si fa prepotente.  E reclama il pasto. Il suo cuoco scatena in giro per la campagna gli aiutanti affinché cerchino qualcosa da cucinare. Il momento è pesante e di contadini non se ne trovano. Le fattorie sono state precipitosamente abbandonate. Alla fine di una faticosa ricerca,  gli sguatteri tornano con un polletto, delle uova, dei pomodori, dell’aglio, un poco d’olio e qualche gambero di fiume.
Il cuoco, come tutti i veri cuochi, non si dispera e fa con qual che ha: rosola bene il pollo in olio e aglio,  vi tagliuzza sopra i pomodori e fa cuocere. Una volta pronto,  lo  battezza con una bella spruzzata di cognac che – quello – non mancava mai. Poi lo prepara nel piatto e lo guarnisce  con le uova fritte e i gamberi cotti (si dice al vapore….). Napoleone ne fu entusiasta e  lo chiese  ancora innumerevoli volte, sempre cucinato nello stesso modo. Era nato il Pollo alla Marengo che, però, si chiama anche Pollo alla Napoleone.
E qui abbiamo la versione “casalinga” tolta dall’album dei ricordi.

La ricetta di Alba

Pollo alla Napoleone
Dosi per quattro persone
1 pollo di circa un kg
1 cipolla bianca
1 bicchiere di vino bianco secco
½ limone non trattato + buccia
3 cucchiai olio extra vergine d’oliva
40/50 g burro
prezzemolo
sale, pepe, noce moscata

Dividere il pollo in pezzi non troppo grossi – cosce, sovracosce, petto in quattro parti, ali – e metterli in una terrina con mezza cipolla affettata finemente, il succo di ½ limone, 1 bicchiere di vino bianco secco, una grattata di noce moscata. Lasciar riposare la marinata al fresco e coperta, per almeno due ore, rigirando i pezzi di tanto in tanto. Al momento della cottura, affettare l’altra metà della cipolla e farla appassire con il burro e l’ olio. Intanto i pezzi di pollo saranno stati tolti dalla marinata, asciugati, infarinati e scossi delicatamente per togliere l’eccesso di farina. Aggiungerli alla cipolla appassita  in padella e rosolarli, badando che non si attacchino al fondo. A rosolatura completa unire il liquido della marinata, escludendo la cipolla. A metà cottura,  salare e  pepare. Quando il pollo sarà cotto, ma morbido, spolverare con prezzemolo tritato e, al momento di servire, aggiungere scorsa di limone grattugiata.


Piccoli consigli utili (forse)
- Questo pollo, che deve terminare termina la cottura con un bel sughetto, può essere gradevolmente servito con un contorno di purée. Se dovesse asciugarsi troppo, aggiungere un poco d'acqua calda.
-  Il pollo, come tutte le carni, non deve stra-cuocere. Anzi.  Perché se la cottura è corretta,  la carne rimane morbida. Se cuoce troppo, diventa suola da scarpe. Oppure si disfa.
 -  La marinata è un’ottima scelta per moltissimi tipi di carne, dal vitello, al manzo, al maiale.  Può essere arricchita con erbe (ottime quelle di Provenza), grani di pepe o di coriandolo, una foglia di alloro, salvia e rosmarino e, eventualmente, anche menta. La marinata non deve mai essere salata perché stimola le carni a emettere la loro acqua, che contiene, ovviamente, le proteine (tra l’altro). Anzi, la carne va salata solo nella seconda metà della cottura o, nel caso di bistecche, a cottura ultimata.

domenica 1 dicembre 2013

E dopo i cardi, ecco a voi la bagna caòda!


 Molte località piemontesi si contendono la paternità di questo emblema della gastronomia regionale, che in realtà nasce nella notte dei tempi sulle coste della Provenza, con il nome di "Anchoiade". Furono senza dubbio i mercanti astigiani medievali, durante le loro spedizioni per i rifornimenti di sale e acciughe, a conoscerla e a introdurne l'uso in patria, diffondendolo poi nella vasta area dei loro commerci (tutto il Piemonte meridionale e nordoccidentale).
L'antica ricetta provenzale, fatta propria dai contadini astigiani, fu poi adattata agli usi ed alle risorse del territorio, in particolare con l'impiego degli ortaggi che erano alla base dell'alimentazione povera. In effetti, l'anchoiade, così come viene preparata oggi in Provenza, è altra cosa: le dosi per 4 persone prevedono uno o massimo due spicchi d'aglio, solo 15 cl d'olio di oliva, niente burro, 1 cucchiaio di aceto di vino, erbe di Provenza, pepe. E, soprattutto nessuna cottura.
Cibo rurale e popolare, a lungo aborrito dalle classi superiori per l'invadente presenza dell'aglio, ha lasciato pochissime tracce di sé nei testi gastronomici piemontesi, e solo nel 1875 il romanziere Roberto Sacchetti descrive a Montechiaro d'Asti la “Bagna Caòda” come la conosciamo ancora oggi.
Nel mondo contadino questo non è considerato un piatto povero della quotidianità: è piuttosto quello della fraternità e dell'allegria, preparato per celebrare momenti di vita collettiva gioiosi, come ad esempio il termine della vendemmia.

La ricetta

Dosi per 4 persone
- 12 acciughe “ rosse di Spagna”
- 12 spicchi d’aglio
- 1/2 litro d’olio extravergine d’oliva
- 200 grammi di burro
- vasto assortimento di verdure tipiche del Piemonte (sia crude che lesse)
- uova e fette di polenta

La preparazione di questo intingolo a base di aglio, olio e acciughe ha regole precise, per non travisare la ricetta degli antichi vignaioli.
Innanzitutto le acciughe devono essere “rosse di Spagna”, stagionate almeno un anno, appena tolte dalla salatura, pulite, lavate in acqua e vino, ben asciugate e diliscate (almeno 2 o 3 acciughe a testa).
L'aglio – vera “anima” del piatto – deve essere presente in misura di 2-3 spicchi a persona, non bolliti né nell'acqua né nel latte, soltanto liberati dal germoglio, tagliati a fettine sottili, lasciati qualche ora in una zuppiera di acqua fredda.
L'olio deve essere extravergine di oliva e ne occorre non meno di mezzo bicchiere per persona;
Le verdure da intingere nella salsa devono essere tutte quelle dell'habitat degli orti piemontesi, con l'esclusione di alcune inadatte perché troppo aromatiche (ad esempio il sedano, il finocchio, i rapanelli); tra queste cardi gobbi di Nizza o cardi spadoni di Chieri, peperoni crudi, peperoni arrostiti e spellati, peperoni conservati sotto aceto e raspe, topinambour, cavoli verdi, bianchi e rossi, cuori bianchi di scarola e di indivia, porri freschi, cipollotti lunghi, rape bianche, barbabietole rosse al forno, cavolfiori lessi, cuori di cavoli lessi, cipolle al forno, piatti di patate bianche bollite nella loro buccia, mele, fette di zucca arrostite o fritte, fette di polenta calda, arrostita o fritta, uova fresche da strapazzare nell'ultimo cucchiaio di bagna caòda che rimane nel tegamino di coccio.
La cottura –e questo è il punto decisivo per una bagna caòda buona, sana e digeribile – deve essere brevee tenuta sempre a calore basso: in un tegame grande di terraglia bisogna mettere tutto l’aglio affettato e asciugato, con un mestolino soltanto di olio e un bel pezzo di burro.
Bisogna cuocerlo a fuoco lento per almeno mezz'ora, sempre rimescolando l'aglio con un cucchiaio di legno, badando bene che non scurisca; le fettine d'aglio devono ammorbidirsi e sciogliersi formando una crema omogenea bianca e soffice. A questo punto bisogna aggiungere tutto l'olio e le acciughe, e far cuocere l'intingolo a basso calore solo quel tanto che basta a far liquefare le acciughe, per creare con l’aglio un’odorosa crema marrone chiaro.
La bagna caòda è pronta e deve essere tassativamente consumata molto calda, appena preparata. Si può portare in tavola la pirofila di cottura con sotto l’apposito fornello a spirito, oppure – preferibilmente – usare le “sciunfiette” (ciotole di terracotta) singole con un cero acceso sotto, per ogni commensale.
Si prendono direttamente in mano le verdure e si intingono, cercando di raccogliere la bagna caòda a mo’ di cucchiaio.
 (Fonte: Regione Piemonte)

Viva il "gobbo" (che è il cardo...)



I cardi compaiono sul banco dell’ortolano nel tardo autunno per restarvi tutto l’inverno. Assomigliano a grandi sedani, ma, in alcune varietà e certamente allo stato selvatico, sono spinosi. Hanno un costo abbastanza elevato sia perché la loro produzione è di nicchia, sia perché la resa è scarsa: con la pulitura e preparazione, i cardi perdono infatti quasi 1/3 del loro peso. Questo ortaggio, come il carciofo, deriva dal cardo selvatico.  Le principali varietà coltivate in Italia sono: cardo di Bologna, privo di spine, con costole piene, di media grossezza; cardo di Chieri, molto diffuso in Piemonte, di buona qualità, poco spinoso e facilmente conservabile; cardo di Tours, varietà pregiata ma poco diffusa perché spinosa; cardo gigante di Romagna, coltivato nell’intera area romagnola.

Secondo le regioni ha nome diverso: gobbo, cardone, carnucieddu. Personalmente ritengo che il "gobbo" (così chiamato perché il fusto è incurvato come una parentesi ed è  più corto degli altri) sia il migliore: meno legnoso, con un torsolo compatto e dal sapore più dolce.

Curiosità. Le prime tracce del cardo sono state rinvenute in Etiopia e, successivamente,  in Egitto. Nei tempi antichissimi i germogli e i semi del cardo servivano per produrre il caglio dei formaggi e solo nel ‘500 questi ortaggi fanno il loro  ingresso in cucina. Il cardo è il simbolo della Scozia e se ne trovano tracce fin dalla fine del 1400: Infatti, esattamente nel 1470, durante il regno di Giacomo III,  compare in modo riconoscibile in  un’emissione di monete d’argento.  Il fiore del cardo viene poi raffigurato e incorporato nello stemma reale della Scozia a partire dal XVI secolo  A questo punto vale la pena di ricordare il perché.

La leggenda narra che un manipolo di guerrieri scozzesi stavano per essere sorpresi nel sonno da un gruppo di vichinghi invasori e si salvarono solo perché uno di questi mise un piede nudo sopra un cardo  selvatico. Le sue grida diedero l’allarme e gli scozzesi, risvegliati, sconfissero come di dovere i danesi. In segno di ringraziamento la pianta fu chiamata “Guardian Thistle”, cioè “Cardo protettore”. (fonte Ente nazionale scozzese per il turismo).




La ricetta di Alba 

"Mia madre li cucinava così"                        


Dosi per 4 persone 



1 cardo di circa 2 kg

40 g burro

 100 g parmigiano reggiano grattugiato

sale, q.b.



Preparazione. Togliere i gambi esterni duri e legnosi, togliere anche l’estremità cava dei gambi stessi, che utilizzerete. Con un coltellino asportare con cura tutti i filamenti (un po’ come succede con il sedano ma  nei cardi i filamenti sono più duri e evidenti). Tenere a portata di mano mezzo limone, strofinare i gambi puliti e poi immergerli in acqua fredda, anche questa acidulata con limone. Fare tutto ciò nel più breve tempo possibile per evitare che anneriscano. Poi asportare dal torsolo tutte le parti legnose, tagliare a fette ciò che rimane e unirlo ai gambi. Infine tagliare i gambi a pezzi di 6/8 cm. Levarli dall’acqua acidulata e  buttarli in pentola preparata con acqua bollente leggermente salata;  cuocerli a fuoco medio e pentola con coperchio, mescolando di tanto in tanto, per circa un’ora e mezza e anche più. Saranno pronti quando, toccandoli, risulteranno morbidi.  Scolarli accuratamente  e quindi rosolarli nel burro a fiamma vivace, aggiustare di sale, sistemarli in una pirofila e dare una abbondante spolverata con il parmigiano grattugiato. Gratinare in forno.



Piccoli consigli utili (forse)



- I cardi possono anche essere serviti crudi, accompagnati dalla classica “bagna caoda” piemontese. In questo caso  si mettono  in tavola immersi nell’acqua acidulata;  ogni commensale prenderà  un pezzetto di cardo e lo immergerà direttamente nella salsa dopo averlo asciugato con un apposito tovagliolino.


- Una volta lessati, i cardi possono essere passati nella farina e fritti in abbondante olio bollente.  Ricordiamo che, per l’alto punto di fumo, l’olio da frittura più adatto è quello di semi di arachide. Naturalmente può essere usato anche olio di oliva. 
- Per  nettare i cardi, proteggete le mani con guanti monouso in lattice naturale (si trovano in tutti i supermercati).