Ricette

mercoledì 20 novembre 2013

Una chicca dolce per il caffè


Voglia di chiudere il pasto con un “minimo” di dolcezza? Voglia di accompagnare il caffè con “qualcosa” di buono?  Ecco una chicca che si prepara in dieci minuti. Volete provare?

La ricetta


Nocciole al caramello 

Dosi per 4/6 persone
(ma … sono come le ciliegie, dipende da quante se ne mangiano a testa…)

200 g zucchero semolato
50 g  circa  di acqua
260 g di nocciole
2 pizzichi di sale grosso “fior di sale” o  "rosso delle Hawai"

In  un pentolino o padellina  (20/22 cm, non importa l’altezza ma la larghezza) mettete zucchero e acqua, poneteli sul fuoco e, senza mai mescolare, lasciate sciogliere ben bene lo zucchero stesso, che sarà pronto a 121°C.  Se non avete a disposizione l’apposito termometro da cucina, potete cercare di determinare la temperatura con questa tecnica empirica: raccogliete, con una forchetta, un po’ di zucchero liquefatto, soffiate attraverso i rebbi e , se si formeranno delle bolle (come quelle di sapone) sarà  il momento di  versare le nocciole nello zucchero.  Alzate la temperatura a 200°C  e, questa volta, tenete mescolato. Quando il caramello sarà dorato e le nocciole ben avvolte, spegnete il fuoco, versate il tutto su un piano di marmo – o un  foglio di carta da forno -  cosparso di granelli di sale. Fate rotolare un poco le nocciole cercando di separare l’una dall’altra e lasciate raffreddare.  Il gioco è fatto!

Piccoli consigli utili (forse)

-    Ho citato il termometro da cucina.  Credo che esso sia un aiuto validissimo per un gran numero di preparazioni, ivi compresa la cottura delle carni. Certo, un po’ di esperienza consente di farne a meno…
-     Le nocciole resteranno comunque un po’ attaccate l’una all’altra ma non è grave: le dividerete una volta raffreddate oppure potrete lasciare che si formino dei croccantini.
-   Per quanto riguarda la  pulizia del materiale di cottura, non preoccupatevi: il caramello si scioglie e se ne va semplicemente con l'acqua calda.
-     Per la prima volta, potreste provare questa preparazione dimezzando le dosi.
 Buon divertimento!

martedì 19 novembre 2013

E ora la.... milanese!

Premessa


Costoletta, alla milanese. Mi sento titolata a parlarne perché sono una milanese doc, una lombarda doc e, se proprio vogliamo, ho pure una vena di sangue austriaco da parte di madre (per mettere a tacere chi sostiene che l’origine del piatto sia austriaca…). Spero che queste credenziali siano sufficienti.
Allora, comincerò con il  dire che la versione “orecchio d’elefante”, molto gettonata negli ultimi anni,  nulla ha a che spartire con la “cutelèta” (si pronuncia con la prima “e” stretta e la seconda [è] aperta a dismisura…).  Perché  la carne per ottenere “l’orecchio d’elefante”  è spiaccicata sottilissima e impanata molto per darle corpo. Esattamente il contrario di quanto prevede il “protocollo” della ricetta milanese.

La ricetta 


Partiamo dalla carne: rigorosamente di vitello. La parte è quella della lombata - parte nobile - tagliata lungo le costole in modo da avere l’osso, detto “manico”, con una bella porzione di  carne attaccata.  L’altezza è esattamente quella dell’osso. 


Preparazione: la costoletta sarà battuta leggermente (insisto sul leggermente) con il batticarne classico – non certo quello chiodato! - più che altro per livellarla, avendo cura di proteggerla con un foglio di carta oleata, al fine di evitare che le fibre siano  spezzate. Poi si procede a togliere tutte le eventuali pellicine laterali e a intaccare il bordo in due o tre parti, con un coltello ben affilato. Quest’ operazione serve ad impedire che la carne si arricci durante la cottura. Si dovrà anche staccare un trattino di carne dall'osso per lasciare in evidenza il manico e consentie una cottura più uniforme.A parte saranno battute due uova nelle quali verranno passate le costolette. Queste saranno quindi rapidamente impanate con pangrattato, che verrà pressato molto accuratamente affinché diventi quasi un tutt’uno con la  “cutelèta” .


Cottura: mettere in una padella antiaderente (o di alluminio) una bella porzione di burro chiarificato; quando sfrigolerà allegramente dovrà ricevere la costoletta che verrà cotta circa due minuti o due minuti e mezzo per ogni lato. Quindi la si toglierà dal grasso e la si asciugherà accuratamente con carta assorbente. 


Come presentarla.  Il piatto dovrebbe essere così: grande, in modo che la cotoletta occupi solo la parte centrale;  bianco affinché  il colore dorato della carne venga messo in risalto. Accanto alla costoletta solo due o tre fette di limone, tagliate sottili e “girate” a formare un’onda. Un contorno di insalatina verde mista sarà servita a parte.   Dimenticavo: il manico può essere rivestito con una strisciolina di carta bianca sfrangiata o con carta alluminio. Elegante e pratico per essere… impugnato!

Piccoli consigli utili (forse)

 - Il burro chiarificato, che si trova agevolmente nei supermercati, dovrebbe essere usato per tutte le fritture. Vediamo perché. Il burro "normale" è formato da un 82% di materia grassa, il restante essendo caseina e acqua. Il processo di chiarificazione elimina sia la caseina (quindi anche il lattosio) sia l'acqua. Questo  fa sì che, in cottura,  il punto di fumo - a 130°C nel burro comune - diventi molto più elevato con grandi vantaggi sulla qualità della cottura stessa  e sulla salute: ricordiamo che quando il burro inizia a bruciare produce sostanze dannose per l'organismo.

lunedì 18 novembre 2013

Il Cuoco Galante e la costoletta


... “Nettate da nervi le Coste del Vitello, ed ingrassate bene con butirro, si metteranno a cuocere in una tortiera sopra al fuoco lento;  quando saranno mezze cotte, si tireranno indietro per farle freddare. Freddate  si bagnano nell’uova sbattute, e s’involtano nel parmigiano e pane grattato, servendole fritte in strutto con prezzemolo fritto intorno”.  "Il cuoco galante" -  Opera meccanica dell’Oritano Vincenzo Corrado – In Napoli 1778 , Nella Stamperia Raimondiana.
In questo passaggio di un capitolo più ampio, denominato “Delle Coste del Vitello”,  io ho immaginato l’antenato della cotoletta, anzi costoletta, alla milanese.  Naturalmente non sarà così e però…..
"Il cuoco galante" non è solo un libro di ricette straordinario, è un libro di storia e cultura del  cibo e dei pranzi  del Principe nella Napoli degli splendori (e delle miserie)  della seconda metà del Settecento. 
Vincenzo Corrado, che definire cuoco è davvero improprio, era Oritano, quindi nato a Oria (nel Brindisino) il 29 marzo del 1738.  Orfano in giovane età, divenne paggio alla corte di Don Michele Imperiali - Principe di Modena e Francavilla Fontana, Marchese di Oria e gentiluomo di camera  di Sua Maestà il Re delle Due Sicilie – che lo condusse a Napoli. Divenuto maggiorenne entrò a far parte  della Congregazione dei Padri Celestini nel Convento di Oria. Al termine di un anno di noviziato fu chiamato dal Superiore Generale nella residenza  napoletana. E diventò uomo di vasta cultura, avendo studiato  ed essendosi specializzato in matematica, astronomia, filosofia. Ma non prese mai i voti. Restò a Napoli per cinquant’anni insegnando francese e spagnolo ai rampolli delle famiglie aristocratiche. E contemporaneamente scrisse diverse opere  che gli diedero la notorietà. Oltre al "Cuoco galante",  c'è una sorprendente opera di cucina vegetariana “Del cibo pitagorico ovvero Erbaceo per uso de’ nobili e de’ Letterati”, un "Trattato delle patate",  “La manovra della cioccolata e del caffè”. 
Belle frequentazioni, dunque, a partire dal “suo” Principe, considerato il Lucullo partenopeo, che lo fece conoscere in tutta Europa. Infatti,  molti illustri personaggi che passavano da Napoli  - uomini di cultura e di rango - venivano invitati alla sua mensa per godere delle prelibatezze che il “Cuoco Galante” riusciva ad immaginare e allestire.  In realtà Vincenzo Corradi era molto più di un cuoco, era  “Capo dei servizi di bocca”  e aveva ai suoi comandi un  esercito di cui facevano parte un maestro di casa, un maestro di cucina, un maestro di scalco, un maestro ripostiere (per i raffinatissimi allestimenti scenografici e le sontuose decorazioni delle tavole). E ancora, una schiera di cuochi  super specializzati (dai fritti alle insalate) con seguito di sguatteri e serventi.
Così  disse Vincenzo Corrado del suo lavoro: “L’abbondanza, la varietà, la delicatezza delle vivande , la splendidezza e la sontuosità delle tavole richiedevano una schiera di uomini d’arte, saggi e probi”
(Fonte News di Carpe Diem Oria.it  - www.carpediemoria.it)

“Il cuoco Galante” è stato pubblicato in edizione moderna dall’Editore Forni
“Del cibo pitagorico ovvero Erbaceo per uso de’ nobili e letterati” è stato pubblicato dall’Editore Donzelli (www.donzelli.it)




sabato 16 novembre 2013

Week-end dolce. Con la torta di mele



Fine settimana all'insegna della corsa, normalmente. Il tentativo è quello di recuperare, in due giorni, tutto quanto è stato accantonato nei cinque giorni precedenti... (a me non riesce quasi mai). E però, ora che l'autunno è arrivato, spunta la voglia di casa, voglia di chiudere fuori della porta fastidi e irritazioni per ritrovare un po’ d’ intimità, con noi stessi innanzitutto e quindi con chi ci sta intorno o ci cerca. Per questo c'è una soluzione: mettersi in cucina e preparare un primo, una pietanza o un dolce.  E' un vero e proprio toccasana. Infatti,  il solo pensare di “creare” qualcosa che dà piacere, assorbe tutte le energie negative, liberando un senso di benessere. Per quanto mi riguarda questo è tanto più vero se uso il forno. Ci sarà un perché ma io non lo conosco. 
Così oggi vi propongo una torta di mele, anzi due. La prima è la classica, soffice, alta, “imperfetta”, adatta per la colazione, la merenda, un fine pasto (in questo caso non ci starebbe male una pallina di gelato accanto). La seconda è frutto di una ricetta dell’amica Silvia, è deliziosa ed è amatissima dagli adulti, un poco meno dai bambini perché prevede uvetta passa e pinoli. A voi la scelta.



La ricetta classica

Dosi per 6 persone

1 kg di mele renette – 200 g di farina – 180 di zucchero – 3 uova -  ½ bustina di lievito per dolci – una bustina di vanillina o qualche goccia di estratto di vaniglia – la scorza di un limone (o arancia) non trattato – 2 dl di latte – un  pizzico di sale



Innanzitutto accendete il forno a 180°C. Rompete le uova separando il rosso dall’albume che metterete in ciotola a parte, adatta per la battitura.  Ai tuorli unite quasi tutto lo zucchero (riservatene un cucchiaio) e un pizzico di sale: cominciate a montare con una frusta o lo sbattitore elettrico fin quando  la crema apparirà omogenea e schiarita. Aggiungete allora la farina setacciata insieme al lievito e alla vanillina e, mescolando con un cucchiaio di legno, incorporate il latte a filo. Avviate di nuovo il mixer fino a ottenere una massa liscia. A parte sbucciate le mele, tagliatele a fettine sottili e unitele al composto. Montate a neve ferma gli albumi, aggiungendo lo zucchero che avevate messo da parte,  quindi incorporateli delicatamente con un movimento dal basso verso l’alto (come se doveste far rotolare qualcosa).

Foderate uno stampo con carta da forno bagnata e ben strizzata, versatevi la massa sbattendo leggermente sulle pareti della tortiera per livellare la superficie, infornate a metà altezza e fate cuocere a 180°C per 40 minuti (verso i 30/35 minuti meglio fare un controllo attraverso il vetro). A cottura ultimata, lasciate riposare la torta in forno per qualche minuto (a porta aperta, questa volta), prima di sfornarla.



La ricetta di Silvia


Dosi per 6 persone

1 kg di mele renette – 175 g di farina – 2 uova - 100 g di zucchero – 100 g di burro – 100 g di pinoli - 50/70 gr di uvetta passa – ½ bustina di lievito – un pizzico di sale



Mettete a bagno le uvette, in acqua tiepida, per un’ora circa. Battete le uova intere con lo zucchero e un pizzico di sale, quindi aggiungete la farina setacciata con il lievito e il burro che avrete fatto fondere a bagno-maria. Mescolate bene con un cucchiaio di legno. Sbucciate le mele, tagliatele a  pezzetti e aggiungetele all’impasto unitamente ai pinoli e alle uvette scolate e ben asciugate. Se la massa risultasse troppo compatta (dura), aggiungete un goccio di latte o, a piacere, un po’ di liquore alla vaniglia. Ponete l’impasto nella teglia imburrata e infarinata, livellate con una spatola, tenendo conto che deve risultare un’altezza non superiore ai  3 cm. Infornare in forno preriscaldato a 180°C per 30/35 minuti, fin quando si sia formata una crosticina ben dorata.  



Piccoli consigli utili (forse)


- Il forno deve sempre essere pre-riscaldato, qualunque sia il piatto che dovete cuocere (quindi, pasta, carne, patate, torta….), ovviamente alla temperatura prescritta.

- Quando è previsto il burro fuso, la fusione può avvenire a bagno-maria oppure nel micro-onde, oppure in forno. Importante: il burro non deve mai arrivare al punto di frittura (insomma non deve sfrigolare).

- Questione vaniglia. Io credo che qualche goccia di vaniglia dia un tocco speciale all’impasto dolce e, infatti, cerco di avere sempre in casa dell’estratto. In alternativa uso il baccello (ricordate che va aperto e recuperati per l’uso i semini).  E se proprio non ho né l’uno né l’altro, mi rifugio nella bustina di vanillina di tipo industriale.

- Per asciugare bene le uvette, dopo averle tamponate in un canovaccio, potete impolverarle rapidamente con un pochetto di farina, che, scrollerete poi ben bene.
- Farina: quando non diversamente specificato, si intende farina di grano tenero "00" (meglio biologica).

giovedì 14 novembre 2013

Profumo d'infanzia, profumo d'antico: le Madeleines



A ogni bambino si dovrebbe regalare la possibilità di avere un ricordo: quello di un profumo buono che esce dalla cucina per invadere tutti gli spazi di casa. Quello di un sapore da portare dentro e riscoprire, da adulti, con sorpresa e nostalgia.


Su questo sapore ritrovato è stata scritta una delle più belle pagine della letteratura europea del  Novecento. 



La Petite Madeleine



“Era già da molti anni che, di Combray, tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi, non esisteva più per me, quando un giorno d’inverno, appena rincasato, mia madre, accorgendosi che avevo freddo, mi propose di farmi  prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Io dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati petites Madeleines, che sembrano aver avuto come stampo la valva scanalata di una conchiglia di Saint Jacques. E subito, macchinalmente, oppresso dalla giornata cupa e dalla prospettiva di un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di Madeleine. Ma nello stesso istante in cui quel sorso mescolato alle briciole del dolce toccò il mio palato, trasalii, attento a ciò che di straordinario avveniva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione del suo perché. E subito m’aveva reso le vicissitudini della vita indifferenti, i suoi rovesci inoffensivi,  la sua brevità illusoria, nello stesso modo in cui opera l’amore, riempiendomi di una essenza preziosa: o piuttosto quest’essenza non era in me, essa era me. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia possente? Io sentivo che era connessa col sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla di quanto avevo trovato nella prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E’ tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. [ ………]

Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità. Ma come? [……] Ritorno mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzettino di Madeleine che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonie mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…..”

   
Marcel Proust, Alla Ricerca del Tempo Perduto - Dalla parte di Swann






La Ricetta delle Madeleines

(attribuita a M. Lenôtre, uno dei più grandi chefs di Francia)

Dosi per circa 20 dolcetti 


150 g di farina - 130 g di zucchero - 20 g di miele - 125 g di burro - 3 uova - 5g di lievito chimico - 1 pizzico di sale - buccia di 1/2 limone o arancia o qualche goccia di estratto di vaniglia



Far ammorbidire il burro al micro-onde o a bagno-maria. Battere le uova con lo zucchero, il pizzico di sale e il miele fin quando la battuta sia diventata praticamente bianca e abbia raddoppiato il volume. Aggiungere la farina setacciata unitamente al lievito. Concludere con il burro e la buccia di limone o arancia oppure aggiungere qualche goccia di estratto di vaniglia.
Mettere la massa in frigorifero per almeno due ore o, ancor meglio, per una notte intera. Infatti è la differenza di temperatura che produrrà, nella cottura, il caratteristico "bozzo" al centro della Madeleine.
Dopo il frigorifero, preriscaldare il forno a 230 °C. Imburrare e infarinare gli stampi idonei. Riempire le formine con una cucchiaiata di pasta (cucchiaio da minestra) senza pressarla.
Infornare e abbassare immediatamente a 200°C. Dopo 3/5 minuti il centro del dolce forma una fossetta: abbassare ancora il termostato del forno portandolo a 180°C e proseguire la cottura. Al posto della fossetta comparirà quel bombato caratteristico della Madeleine. Dopo ulteriori 4/5 minuti le Madeleines saranno dorate e bombate quindi sfornarle e toglierle immediatamente dagli stampi, ponendole su una griglia per il raffreddamento.

Piccoli consigli utili (forse)

 

- Il procedimento di batttitura delle uova sarà più semplice e rapido utilizzando fruste elettriche.
- Personalmente aggiungo il profumo di vaniglia anche con la buccia d'arancia o di limone. Va sempre ricordato che la buccia non deve avere traccia della pellicina bianca che ricopre il frutto poiché trasmetterebbe all'impasto un amarognolo poco gradevole.
- Le forme che devono ospitare i biscotti devono essere imburrate e infarinate anche se sono di silicone: ciò faciliterà enormemente lo svuotamento degli stampini, mantenendo integri i dolcetti.










martedì 12 novembre 2013

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Per iniziativa di MareMagnum.com 
nasce il 

Primo Salone Internazionale del Libro usato.

 

Si terrà presso la Fiera Milano Congressi
in via Gattamelata, Cancello 14/15

il 23 novembre dalle 10.30 alle 19.00
il 24 novembre dalle 9.00 alle 18.00

Ingresso gratuito


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I carciofi parlano... siculo!



La mia amica Alba, cuoca sopraffina che se la giostra benissimo tra le sue origini lombarde e quelle del marito siciliano, ci regala questo piatto delizioso che mi ha servito una volta nella sua casa di campagna. 

La ricetta n.2

Carcioffuli "a lassimi stari"

Per 6/8 persone
6 carciofi grossi e teneri - 100g di pangrattato appena tostato in padella
100g di parmigiano - 1 grossa cipolla - prezzemolo -  sale e pepe
olio extravergine di oliva

Pulite e spuntate i carciofi, ponendoli man mano in una bacinella di acqua acidulata con succo di limone. Terminata questa prima fase, ponete a tostare il pane grattugiato in una padella antiaderente, senza utilizzare grassi: la tostatura deve essere leggera. Asciugate i carciofi e tagliateli a fettine sottili (circa mezzo centimetro). Tritate cipolla e prezzemolo insieme. Prendete una teglia da forno, che possa anche andare in tavola, ungetela con olio extravergine di oliva e fate un primo strato di carciofi tagliati, distribuiti uniformemente; spolverizzateli  con il pangrattato tostato e mescolato sia con il parmigiano grattugiato sia con la cipolla e il prezzemolo già tritati. Per quanto riguarda sale e pepe, potete unirli a questo mix oppure spargerli direttamente sui carciofi. Fate così 4/5 strati, avendo cura di irrorare ogni strato con un filo di olio extravergine, ben distribuito. Terminate con il mix di pangrattato e seguito. Cottura in forno a calore moderato (180°) su griglia in posizione intermedia, per tre quarti d'ora, senza neanche guardare (a lassimi stari!).


Piccoli consigli utili (forse)


- “A lassimi stari!” Sono d’accordo e però un’occhiatina tanto per controllo la si può dare… anche perché se la preparazione si asciugasse troppo, potreste correre ai ripari coprendola con carta di alluminio per ricostituire l’umidità necessaria alla cottura.

- Pulire I carciofi è un dramma per le mani. Quindi, o usate i guanti di lattice oppure vi armate di limone e di pazienza e strofinate le dita fin quando tornano bianche. Tra l’altro, potreste approfittare per miscelare il limone con qualche goccia di glicerina: un bel massaggio sulle mani rovinate e dopo poco saranno tornate morbide e bianche.